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Il cuore di Castelfranco diviso tra Modena e Bologna

Il cuore di Castelfranco diviso tra Modena e Bologna

Volti e storie di una città di confine, da sempre contesa dalle due province

CASTELFRANCO. I Modenesi si domandano ogni tanto, quando li sentono parlare in dialetto: "Ma gli abitanti di Castelfranco, sono Modenesi o Bolognesi?".
La storia è un poco lunga.
Castelfranco è l'unico paese (pardon! Città! Nel 2006 è stato conferito al Comune dal Presidente Napolitano il titolo di "Città di Castelfranco Emilia") della Provincia di Modena a non aver fatto parte dell'ex Ducato estense di Modena e Reggio. Del resto Castelfranco è tuttora parte dell'Arcidiocesi di Bologna.
Fu infatti il Regio Decreto del 24 gennaio 1929, n. 106, art. 1 a stabilire che Castelfranco passasse sotto la Provincia di Modena.


Castelfranco era già stato in qualche modo sotto Modena nel 1860, all'epoca dell'Unità d'Italia, quando il 4 marzo di quell'anno furono proclamati i consiglieri provinciali per il circondario di Modena: il mandamento di Castelfranco comprendeva anche Savignano e San Cesario. Il primo sindaco fu Giovanni Pieraccini, e nell'aprile di quell'anno il paese omaggiava Vittorio Emanuele II che in treno passava attraverso Castelfranco.
Per secoli il confine tra l'Esarcato di Ravenna e i conquistatori Longobardi si collocò nella fascia territoriale segnata dal corso del torrente Muzza e dall’omonima via Muzza, che oggi separano i Comuni modenesi di Nonantola e Ravarino, a ovest, dalle municipalità bolognesi di Sant'Agata e Crevalcore a est. Presso tale linea di confine sono stati individuati gli antichi corsi dello Scoltenna, l'antico Panaro.


Ma il vero confine tra Modena e Bologna era il Passo di Sant'Ambrogio sul Panaro, con torri che entrambe le municipalità costruivano a difesa, e continue contese. Nell'estate del 1522, ad esempio, "la magnifica Comunità ha fato condure a Modena parte dele prede vive dela tore de Santo Ambroxo cascata in Panaro, che già era de Bolognexi. E adì 2 agosto li Bolognexi hano mandato uno maciero (mazziere) al passo de Santo Ambroxo a inibire che el non sia menato via le prede de la tore cascata in Panaro. E adì 3 agosto el reverendissimo cardinale di Medici Legato et al presente in Bologna, a instantia de la Comunità de Bologna, ha scripto una litra a la nostra Comunità de Modena circha al fatto de le prede che sono state tolte ala tore che era alo incontro de la tore dal passo de Santo Ambroxo, como lori se doleno che questa Comunità habia hauto ardire a rompere le confine, per modo tale che li Modenexi ge farano intendere a sua reverendissima signorìa como le confine de Modena sono ala Muza, e per el privilegio de la maestà de Fedrico imperatore concede tuto el fondo de Panaro a Modenexi, e ditta tore sia cascata atraverso Panaro verso Modena e ditto fiumo ge va intorno, et ala posta (l'ha trasformata) in ixola, e per questa rason li Bolognexi non ge hano che fare, et per uno certo memoriale de ser Ventura Mazon nara de le confine de Modena e Bologna e dela diferentia che altre volte fu fra le ditte doe cità per ditta causa de confine".

Castelfranco Emilia (102,51 kmq e 32.703 abitanti) è il quinto Comune per numero di abitanti della Provincia di Modena e il sesto per territorio, una ampia dimensione che si deve all'accorpamento nel 1861 di Piumazzo, fino a quel momento Comune a sé stante (in realtà forse dovrebbe chiamarsi Castelfranco dell’Emilia, come aveva deliberato il Consiglio comunale in data 22 luglio 1862, per distinguersi dagli altri Comuni con nomi analoghi, da Castelfranco di Sotto a Castelfranco Veneto), denominazione autorizzata da Vittorio Emanuele II il 16 ottobre 1862).

Oggi la tangenziale a sud spinge il viaggiatore frettoloso a ignorare il paese, e non può quindi godere sulla Via Emilia il susseguirsi di portici (anche qui: portici bolognesi o modenesi?), con volte a vela, con volte a crociera, con solaio ligneo, con travi di legno a vista. È un centro storico che conserva un tessuto urbano duecentesco composto da isolati tutti uguali che si ripetono a nord e a sud. L'agglomerato urbano si è sparso in direzione sud, in quanto la zona nord è limitata dal passaggio dell'asse ferroviario Milano-Bologna.

Fra il 1912 e il 1934 Castelfranco Emilia rappresentò anche il capolinea settentrionale della tranvia Castelfranco-Bazzano, esercitata con trazione a vapore e raccordata ai fini del traffico merci con la stazione ferroviaria. La stazione sorgeva sul lato nord di Piazza della Vittoria, e la tranvia univa Castelfranco a Bazzano, che si trovava su una diramazione della Modena-Vignola. Durò poco, perché non resse la concorrenza con la ferrovia Spilamberto-Bazzano. Attorno alla stazione si svilupparono le prime attività industriali. Ricordiamo almeno lo stabilimento enologico che nel 1924 fondarono i fratelli Anselmo, Giovanni, e Mario Bini, la "Ditta Angiolini Cleofe vedova Bini", un riconoscimento alla madre che, con una piccola cantina artigianale, li aveva avviati all'attività industriale. La fabbrica, comprendente i magazzini, la centrale frigorifera e la ciminiera in mattoni, costruita su progetto di Mario Bini tra il 1924 e il 1928, ospita oggi la Biblioteca Comunale. Era un'impresa che operava su scala nazionale, attiva fino agli anni Sessanta, e che nel dopoguerra arrivò a occupare fino a duecento dipendenti. È un articolato complesso di archeologia industriale, nel quale troviamo allineati da ovest a est la casa padronale, gli uffici amministrativi, i reparti di produzione e stoccaggio del vino e l'imponente camino. Ancora oggigiorno Bologna e Modena si contendono l'invenzione del tortellino, come si sono contesi per lungo tempo questa terra di confine situata proprio a metà tra i territori delle due province acerrime rivali, sull'antichissima strada costruita dai Romani. Ma è Castelfranco, che ha innalzato un Monumento al Tortellino, a vantare la paternità della più famosa pasta emiliana. Infatti, secondo la leggenda, è qui che fu "creata" per la prima volta da un oste che sbirciando dal buco della serratura vide una dama nuda (forse Venere) mentre si lavava. Rimase colpito dall'ombelico e da ciò prese ispirazione per la creazione. Questa leggenda popolare viene rappresentata ogni anno durante la Sagra del tortellino (o Festa di San Nicola) la seconda settimana di settembre.

Castelfranco ha numerose frazioni: Cavazzona (La Cavazàuna), Gaggio di Piano (Gàz), Manzolino (Manzuléin), Panzano (Panzàn), dove è ancora visibile il vecchio mulino e dove è stato restaurato il castello Malvasia dopo molti anni di incuria, Piumazzo (Pimàz), Rastellino (Rastléin), Recovato (Arcuè), Riolo (Ariòl), che mostrano edifici religiosi, pubblici o privati molto belli, che talvolta purtroppo risentono ancora dei danni bellici, come Villa Albergati, dove l'Associazione "La città degli Alberi" lavora alla ricostruzione del bosco: il progetto, il tracciamento, la realizzazione del vivaio, la messa a dimora delle piante, dei cespugli e la cura del parco. Ma un turista deve assolutamente andare a visitare Villa Sorra, con lo splendido giardino romantico, a cui sono particolarmente legato perché curai nel 1982 il primo volume pubblicato su questa splendida residenza, esemplare testimonianza della "vita in villa".

P. S.

Le immagini di questo articolo provengono da più fonti, in particolare dalla Biblioteca Poletti e da vecchi volumi, e si arrestano all'inizio della Seconda Guerra Mondiale.

Chi voglia conoscere i volti degli abitanti di Castelfranco nel secondo dopoguerra deve sfogliare il bellissimo volume curato da Maurizio Baroni: Il mio paese. I luoghi e le persone che hanno fatto da contorno ad un'epoca … la mia!

Rolando Bussi

bussirolando@gmail.com

(34, continua)

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