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Modena, Hotel Fini addio: sfratto e simboli vietati

La Banca Popolare reclama ottocentomila euro di affitti. Chiusa la cucina, tolto il nome dalle insegne: è finita?

MODENA.  Centinaia di migliaia di euro di debiti, per affitti che la immobiliare della Banca Popolare dell’Emilia Romagna ora pretende. Un debito che l’attuale gestione non sarà mai in grado di soddisfare. In via Emilia Est 441 c’è sostanzialmente questo, e ci sono anni di amministrazioni economicamente “impossibili” dietro il declino dell’Hotel Real Fini, storico simbolo della città di Modena, del suo benessere economico e gastronomico.

Così siamo ai titoli di coda. Alla notifica di sfratti esecutivi, attesi praticamente da un’ora all’altra. Annunciati all’ultima comunicazione per i primi dieci giorni del mese di luglio; spostati per grazia ricevuta a fine mese, dopo l’intercessione dell’attuale amministratore provvisorio.

I segnali ci sono, purtroppo.

COPERTA LA STORICA INSEGNA.  Almeno a guardare l’esterno dell’hotel, dove il marchio Fini è “vietato”, coperto da freschissime pezze improvvisate che pure lasciano intendere un diniego istantaneo e perentorio di farne uso. O almeno a frequentare l’hotel, dove la cucina ha chiuso ormai da qualche giorno, relegando una struttura vetusta ma ancora pulita, ancora dignitosa, ad una sorta di bed and breakfast: dormire e colazione.

Dentro l’hotel quelli che sono rimasti provano a fare il possibile, senza cuochi e senza stipendi. Provano anche a nascondere le posate, i piatti, e le tovaglie nei quali il simbolo Fini oggi vietato campeggia, come un po’ ovunque in questo colosso decadente di cemento. Provano a dare una accoglienza ai tanti clienti che ancora frequentano la struttura, molti dei quali in virtù della convenzione che consente ai malati del vicino Policlinico di avere amici e parenti a poca distanza, per l’assistenza della malattia.

Ma cosa sta succedendo?

Nulla che non fosse prevedibile, già a leggere i bilanci di qualche anno fa, all’epoca in cui il nome Fini era ai top in città, anche nei cda della Banca Popolare dell’Emilia.

Già allora la società “Mia 5” che gestiva la struttura accusava perdite ben superiori ai 300mila euro annui e costi di personale superiori ai 600mila.

Presumibilmente troppi, anche pensando ad un albergo sempre pieno, a costi di mercato comunque concorrenziali.

Partiamo dall’immobile, che è di proprietà della Immobiliare Nadia. Proprietario di Nadia è un istituto di credito molto noto in città, la Bper, appunto. Nadia spa aveva affittato l'immobile alla “Mia 5”. Con quei bilanci in precipizio, è arrivata l’occasione di cedere le quote di Mia 5 alla famiglia Folchi, tre anni fa. L'operazione è avvenuta con una società dei Folchi che ha rilevato le quote di Mia 5 per poche decine di migliaia di euro, neppure cinquantamila.

Forse pensavano di poterlo salvare, l’albergo più famoso di Modena. Hanno così costituito la Hotel Via Emilia, che ha rilevato la gestione della struttura, con un nuovo affitto di azienda. Hanno anche provato a valorizzare la gestione del personale affidandola ad una coop, la Sofia, nell’evidente tentativo di abbattere i costi.

Ma oggi si parla di ottocentomila euro di debiti con la immobiliare della banca, e di sfratto.

E oggi la famiglia Folchi - con l’accusa di truffa e associazione a delinquere - è stata travolta dall’inchiesta della Finanza sui presunti fondi ottenuti illegittimamente nel post sisma. Eleonora Folchi, la dirigente dell’Hotel, prima arrestata e poi ai domiciliari nella suite dello stesso Fini, una volta ottenuta la libertà se n’è andata nella sua Massa Finalese. Interdetta dalle funzioni, ha affidato la gestione ad un commissario che, fatti i conti, non potrà vedere un’uscita felice di questa vicenda. Anzi, ha convocato i dipendenti ed

annunciato l’inevitabile. Il 6 luglio è convocata una riunione con i sindacati e i dipendenti. Ma servirà un miracolo per evitare il peggio. O una nuova altrettanto avventurosa gestione, con un hotel quantomeno da ammodernare. O una nuova mega operazione immobiliare.

Alberto Setti

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