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IL RACCONTO/Sopravvissuto alla strage di Dacca, il modenese Boschetti: «Ero uscito per telefonare e dentro è stato l’inferno»

Il drammatico racconto del modenese che si trovava con la moglie nel ristorante preso di mira dai terroristi dell'Isis. E' uscito per una telefonata e i terroristi non l'hanno visto. La moglie non ce l'ha fatta «Solo dopo ore mi hanno portato all’obitorio, ho capito che Claudia era morta»

MODENA. Il conte Gian Galeazzo Boschetti, 56 anni è da poco uscito dalla camera mortuaria, l’obitorio dove sono stati collocati i corpi delle persone uccise dagli attentatori.

«Le autorità ci avevano detto subito, quasi in tempo reale, che i terroristi erano stati tutti uccisi nel blitz della polizia, poi quando mi hanno fatto salire in auto e mi hanno portato all’obitorio, allora ho capito che non c’era più nulla da fare. Mia moglie Claudia Maria D'Antona era deceduta, me l’avevano uccisa. Le hanno sparato, è morta così. Non hanno infierito, non è morta come altri ostaggi, almeno ho questa unica consolazione, spero proprio non abbia sofferto».

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Gian Galezzo Boschetti è conte, la sua è una antica famiglia nobile che ha radici tutt’oggi ben evidenti a San Cesario, dove sorge la storica villa Boschetti, che è stata la sua dimora. Figlio del conte Gherardo, il 56enne è il fratello maggiore di Ludovico, che lavora come impiegato presso la ditta d’autotrasporti Camellini, e di Alexia, che ora vive a Parigi. La mamma, Chantal, vive a Modena. Lui, dopo aver frequentato il liceo scientifico Tassoni, nella sezione G, intraprese attività commerciali nel tessile nel Carpigiano e da oltre vent’anni si era stabilito in Bangladesh, a Dacca dove aveva aperto una ditta che si occupa sempre di tessile e che rifornisce le aziende europee.

Una volta divorziato dalla prima moglie modenese, si era risposato con Claudia Maria D’Antona, originaria di Cuneo, e che lavorava con lui nella ditta. di Dacca

Gian Galeazzo, il “conte” come viene comunemente chiamato a Modena, ripercorre tutto il suo dramma vissuto al ristorante Holey Artisan Bakery, nel cuore del quartiere diplomatico di Gulshen, locale di ritrovo di turisti e di tanti italiani, vista pure la vicinanza con l’ambasciata italiana. Con voce ferma, col tono che tradisce amarezza e dolore ma ancora con la forza che deriva dalla sua incredibile e choccante esperienza, racconta.

Quando sono arrivati i terroristi?

«Io, Claudia e un cliente nostro amico eravamo a cena. Stavamo ancora per iniziare ed eravamo non all’interno del locale ma nel patio, la terrazza che dà sul giardino. Sento il cellulare squillare, guardo e vedo che è un mio dipendente. Capisco dunque che è una telefonata di lavoro. Non mi va, per educazione, mentre sono a tavola e soprattutto con amici, mettermi a parlare di lavoro. Per questo mi sono alzato, mi sono un po’scostato dalla zona, finendo in giardino, poco lontano. Parlavo, poi ho sentito Maria che mi chiamava, penso volesse che rientrassi, che venissi al tavolo. E in quel frangente, voltandomi, ho visto due giovani armati che entravano, che erano nel patio».

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E cosa ha fatto?

«Uno aveva una mitraglietta, l’altro una pistola. Erano giovani, vestiti in modo normale, mi sembra. Ho sentito sparare e poi tutta una serie di urla e tantissimi “Allah Akbar”, una serie infinita. Non ho potuto fare altro che allontanarmi. Ho corso e di lì a poco ho trovato un cespuglio. Mi sono nascosto lì, dietro a quel cespuglio. Ho notato che c’era un faro che lo illuminava, io ero “coperto”, avevo lo scudo del riflesso della luce che sparava contro al cespuglio. Dall’esterno era difficile che potessi essere visto mentre io, a volte, potevo osservare.

Ha chiesto aiuto?

«Sono rimasto lì almeno sei ore. Ma subito, con il cellulare, ho chiamato l’ambasciata dicendo che era in corso un attentato, che c’erano i terroristi armati. Sulle prime hanno pensato ad uno scherzo. Tant’è che poi sono andati a vedere, venendo quasi sul posto, visto che il ristorante è molto vicino all’ambasciata. E così hanno dato l’allarme».

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Sei ore d’angoscia...

«Le prime due sono volate via, stava succedendo di tutto, sentivo urla, spari, un inferno. E poi continuamente qualcuno usciva e poi rientrava, continuamente vedevo qualcuno dei loro che si affacciava dalle finestre del locale per vedere se si avvicinava qualche estraneo. Poi la situazione è cambiata, è iniziato un lento scorrere del tempo. C’era silenzio. Io mi aspettavo da un momento all’altro il blitz della polizia, sapevo che le forze dell’ordine erano state avvisate. Ma non sentivo nulla».

E ormai si faceva giorno...

«Sì, ormai si avvicinava l’alba, iniziava a fare luce e il mio nascondiglio non sarebbe più stato protetto dal buio e dalla luce di quel faro. E allora ho deciso di scappare. Insomma, mi sono detto, o finisco visto da uno che esce all’esterno, o un terrorista mi vede mentre si affaccia alla finestre mentre io sto scappando. Tanto vale tentare, mettersi a correre e provare a scappare».

È stato difficile trovare la via di fuga?

«Più che altro è stata tutta una fuga fortunata, si vede che ho scelto, ma solo per un caso davvero fortuito, proprio il momento giusto per scappare. Sono uscito dal nascondiglio, ho raggiunto una recinzione e dopo poco mi sono trovato fuori, ero fuori dal giardino, fuori dal locale e sono finito nella strada accanto dove, di fronte, c’è una clinica privata. Sono entrato: È stato in quel momento che ho pensato di avercela fatta».

Quindi la polizia...

«Sì, una volta nella clinica, dopo vari giri su e giù sono riuscito a parlare e ad incontrarmi con alcune forze di polizia. Mi hanno portato lì vicino, nella zona del quartier generale allestito per le operazioni, per gestire il blitz contro i terroristi. Mi hanno interrogato, ho spiegato a loro quello che avevo visto, quello che mi era capitato. Sono stato dapprima lì poi mi hanno portato in ambasciata».

In ambasciata cosa ha fatto?

«Ho atteso. Il blitz praticamente c’è stato alla mattina presto. Poi tanto silenzio, poche informazioni. Infine piano piano ci hanno riferito che i terroristi erano stati uccisi. Anzi, che tutti i terroristi erano morti e che ancora, invece, non si sapeva la sorte dei presenti, tra cui i nostri concittadini».

Poi la tragica verità...

«Mi hanno portato all’obitorio. È stato lì che ho capito che non c’era più nulla da fare. Ho riconosciuto Maria, le avevano sparato, me l’avevano uccisa...».

E ora?

«Sicuramente ci vorrà ancora del tempo, passeranno giorni. Poi rientrerò in Italia, con mia moglie, per vedermi con i familiari di lei in Piemonte e con i membri della mia famiglia a Modena. Sinora ho potuto telefonare solo a mia madre Chantal, sono stato sommerso dalle chiamate».

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