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C'era una volta Concordia, la “strana” terra dei mulini natanti sul Secchia

C'era una volta Concordia, la “strana” terra dei mulini natanti sul Secchia

Erano nove e, per secoli, fonte di ricchezza. Ma anche causa di alluvioni

CONCORDIA. Nel 1943, quando sono stato battezzato, mi è stato dato un nome non molto diffuso (qualcuno ogni tanto mi chiama Orlando), per ricordare un fratello di mia nonna paterna morto in mare durante la Seconda guerra mondiale.
Debbo dire, in verità, che raccogliendo materiale per questa puntata su Concordia mi sono imbattuto in una sequenza di nomi così particolari che il mio mi è sembrato all’improvviso comunissimo: Ispano, Alcipio, Zorè, Milton, Barbato, Arcadio, Venizelos, Franz, Uvier, Osiris, Cardes, Claiber, Soenne, Etra, Erta, Cleonice, Delmo, Teseo, Ilmo, Enos, Nelusco, Moritz, Isonzo … e qui mi fermo.
Del resto il marito di Gina Borellini, Medaglia d'oro al Valor Militare (che era nata a San Possidonio, distante ben 2,6 km, ma fu eletta nel 1946 al Consiglio Comunale di Concordia), si chiamava Antichiano.

La causa di questa davvero sfrenata fantasia onomastica deriva forse dal fatto che Concordia si trova all'estremo nord della provincia di Modena e dista pochi chilometri dalla Lombardia? O gli abitanti volevano forse distinguersi dai Veneti di Concordia Sagittaria in provincia di Venezia? E cosa pensavano i parroci al momento del battesimo?
Gli abitanti di Concordia sulla Secchia (ma le vecchie cartoline riportano “Concordia sul Secchia”) mi perdoneranno se ho scherzato un poco!

Concordia (40,97 kmq e circa 8.700 abitanti) fece parte della signoria dei Pico della Mirandola già con Francesco II (morto nel 1399) fino a Francesco Maria II, il cui governo iniziò nel 1706. Il duca si schierò con la Francia nella guerra di successione spagnola, una scelta infelice, e Concordia fu data alle fiamme e devastata. Nel 1708 tutti i beni della famiglia furono confiscati e nel 1710 lo Stato fu venduto agli Estensi.


Era stata l'intensa l'attività dei mulini natanti nel Secchia a sostenere per secoli l'economia del paese, fino a che non vennero tolti i nove mulini, ritenuti principale causa delle alluvioni del Secchia. Infatti i mugnai concordiesi avevano adottato il sistema delle chiuse, cioè sbarramenti trasversali al fiume costituiti da palizzate in rovere, piantate nell'alveo e con due aperture, una delle quali, collocata di fronte alla ruota idraulica del mulino, aveva il compito di incanalare, incentivare e velocizzare la corrente.

Erano zattere a fondo piatto ancorate controcorrente alle rive o ai piloni dei ponti, che seguivano il variare della corrente. I mulini concordiesi, ancorché “natanti”, erano dunque di tipo stanziale poiché ognuno era vincolato alla propria chiusa: venivano giudicati pericolosissimi per la loro capacità di rallentare il flusso d'acqua a monte e a valle, sforzando gli argini e provocando rotture o tracimazioni. Il mio amico Bruno Andreolli, purtroppo recentemente scomparso, che era professore ordinario di Storia medievale all’Università di Bologna, ha raccontato nel 2001 le vicissitudini di un'area padana economicamente fragilissima e stretta nella morsa di tre grandi fiumi, il Po, il Panaro e, naturalmente, la Secchia in un bel libro dal titolo significativo:

La ruina dei modenesi: i mulini natanti di Concordia sulla Secchia. Sino al terribile terremoto del maggio 2012, era possibile vedere un modello in scala 1:20 di questi natanti nell'atrio della sede municipale, unico nel genere in Italia, riproducente il Mulino del Porto. Dopo trent'anni di inattività, quattro mulini vennero ricollocati nel fiume: Mulino di Sopra, di Mezzo, del Porto, di Sotto o delle Decime, e fatti funzionare fino alla fine dell'Ottocento, quando furono sostituiti dal mulino a vapore nel 1885. Concordia ha “quasi” avuto una stazione ferroviaria. Nel 1922 iniziarono infatti i lavori per la strada ferrata Rolo-Mirandola che avrebbe dovuto valicare il Secchia tra Moglia e Concordia. I lavori proseguirono con interruzioni fino al 1935, ma la ferrovia non fu mai terminata. Ma Concordia era soprattutto legata all’agricoltura. Nel decennio 1951-1961 si registrò un massiccio esodo dalle campagne verso zone industriali del Nord Italia, del Centro Europa e perfino dell'America: la popolazione scese da 11.000 a 9.200 abitanti.

La ridotta superficie dei poderi non consentiva infatti un adeguato reddito per tutti i componenti della famiglia; erano finiti i grandi lavori di bonifica che assorbivano manodopera bracciantile, mancavano industrie e la crescente meccanizzazione dell'agricoltura richiedeva sempre meno addetti. L'esodo continuerà, ma in misura più ridotta, e la popolazione del Comune si manterrà intorno ai 9.000 abitanti fino agli anni Settanta, per scendere poi al numero attuale. Concordia fa parte della Diocesi di Carpi, e in paese avrebbero meritato una visita la chiesa di San Paolo, del XVI secolo, ristrutturata nell'Ottocento, che presentava all'interno dipinti del pittore modenese Adeodato Malatesta, e la chiesa di Santa Caterina, con un pregevole soffitto a cassettoni del XVI-XVII secolo. Ma il terremoto ha prodotto vittime e danni e la ricostruzione procede a rilento; ancora oggi le impalcature sorreggono gli edifici danneggiati dal tragico evento e nonostante i fondi sono inagibili sia le chiese che il Municipio, il cui orologio è fermo al momento del terribile urto. Ma gli abitanti di Concordia, così come tutti quelli della Bassa, non si arrendono.

Rolando Bussi

bussirolando@gmail.com

 

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