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Finale Emilia, la “Venezia degli Estensi” che ha perso i suoi simboli

Storie e personaggi di una città ferita dal sisma. Le lotte di Gregorio Agnini

Dopo le due puntate su Fanano, nella montagna al confine con la Toscana, torniamo con questa rubrica all'estremo nord-est del Modenese, al confine tra le province di Ferrara e Bologna, a Finale Emilia, che conta circa 15.700 abitanti, con una densità di 149 abitanti per kmq su una superficie di 105,13 kmq. È proprio "Bassa": 15 m sul livello del mare!
Fino al 1863 si chiamava Finale di Modena, poi con la sua inclusione nel Regno d'Italia ha assunto l'attuale denominazione.
Non si può parlare d ...

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Dopo le due puntate su Fanano, nella montagna al confine con la Toscana, torniamo con questa rubrica all'estremo nord-est del Modenese, al confine tra le province di Ferrara e Bologna, a Finale Emilia, che conta circa 15.700 abitanti, con una densità di 149 abitanti per kmq su una superficie di 105,13 kmq. È proprio "Bassa": 15 m sul livello del mare!
Fino al 1863 si chiamava Finale di Modena, poi con la sua inclusione nel Regno d'Italia ha assunto l'attuale denominazione.
Non si può parlare di Finale senza ricordare il terremoto del 20 maggio 2012, che provocò tra l'altro il crollo della Torre dei Modenesi, di buona parte della Rocca Estense, del Palazzo Veneziani, e della parte superiore del Duomo. La Torre dei Modenesi, detta anche Torre dell'Orologio, rappresentava il simbolo di Finale medievale. Da quel giorno terribile il suo orologio spezzato dalle scosse è divenuto invece il simbolo del terremoto emiliano.

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Prima dell'interramento del canale Naviglio, avvenuto a fine Ottocento, nel vicolo a fianco alla Torre si trovava la porta che dava accesso alla città per i viaggiatori provenienti da Modena; ai piedi della Torre era situata la darsena, dove sostavano le imbarcazioni in attesa di risalire il Naviglio utilizzando una chiusa, che serviva anche a regolare il livello delle acque per permettere il funzionamento dei Mulini di Sopra e di Sotto. Oltre la chiusa, all'imboccatura dell'odierno Largo Cavallotti, si trovava il cosiddetto Ponte della Chiusa. Nel 2013 la Torre dei Modenesi avrebbe compiuto il suo ottocentesimo compleanno.

Fu infatti costruita una prima volta nel 1213 dal Comune di Modena (che le diede il nome), poi ricostruita nel 1310 sempre con il contributo del Comune di Modena, in seguito ai danni subiti nel corso di una guerra tra Guelfi e Ghibellini. Nel primo Cinquecento, all'epoca in cui Finale fu per breve tempo in possesso del papa Giulio II (1510-1521), la famiglia Magni ottenne l'investitura di poter abitare nella torre dietro pagamento di un annuo livello, così la torre fu detta "dei Magni". Nel 1945, il torresino e la campana di bronzo, ben 1.055 kg di peso e 116 cm di diametro, vennero danneggiati da una granata, tanto che la campana rimase muta fino a qualche anno fa. Dichiarata nell'Ottocento monumento nazionale, la torre era alta 31,94 metri ed era suddivisa in cinque piani, accessibili tramite una scaletta di legno in condizioni assai precarie.

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L'altro importante edificio storico, situato lungo l'antico corso del Naviglio (successivamente Panaro della Lunga, e oggi Via Trento e Trieste), il Castello delle Rocche (noto anche come Rocca Estense), manteneva pressoché intatto il suo impianto quattrocentesco. Infatti la struttura del castello, così come la vedevamo prima del terremoto, sorse nel XV secolo. Intorno al 1430 il disadorno originario fortilizio subì la trasformazione in sontuosa residenza signorile. Fu allora che vennero allestiti gli appartamenti ducali, aggiunti i loggiati che si affacciano sul cortile e ingentilita la parte alta delle torri e dei corpi di collegamento.

Ad aprile 2011 era tornata a splendere la facciata sud del castello, dopo un cospicuo investimento.

Le sale del primo e secondo piano ospitavano il Museo civico. Dopo la messa in sicurezza, nella primavera del 2013 ha riaperto la Sezione Archeologica dei Musei Civici, nel settore sud del Castello, esponendo anche i reperti - dardi di balestra, antichi oggetti quotidiani e di vestiario - recuperati negli scavi presso la Torre dei Modenesi, crollata.

Le genti di Finale non si sono arrese al terremoto, e stanno recuperando e ricostruendo quella che un tempo era chiamata la "Venezia degli Estensi".

Grazie al Panaro infatti, che fino al 1881 entrava dentro al paese, lambendone i portici, grazie al suo porto fluviale, dove trovavano attracco piccole barche, ma anche grandi bucintori ducali, Finale, il cui nome deriva da locus finalis, cioè luogo di confine, era florida per i commerci che la collegavano sia a Modena che all’Adriatico. Era dotata di varie manifatture (la Fabbrica del Vetro, la Fabbrica delle Maioliche), e aveva corporazioni che si occupavano della carta, delle lane, dei cuoi.

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Qui aveva trovato ospitalità una vasta presenza ebraica, di cui Maria Pia Balboni ha tracciato la storia, e di cui è ancora testimonianza l'antico Cimitero ebraico, ma anche la sfogliata, talvolta conosciuta come "torta degli ebrei" o "tibuia".

Chiuso il porto, era arrivata la ferrovia: la Modena-Mirandola, aperta nel 1883 e chiusa nel 1964, aveva una diramazione di 20 km, la Cavezzo-Finale Emilia, aperta l'8 aprile 1884.

Chi voglia conoscere il lontano passato di Finale deve leggere le Memorie del Finale di Lombardia, che Cesare Frassoni pubblicò nel 1778.

Ma chi vuole "vedere" come era Finale nell'Ottocento deve ammirare le fotografie che un pioniere, Gian Battista Magni (era nato nel 1857), che aveva lo studio in Piazza del Municipio (ora Piazza Verdi), realizzò per fissare nel tempo gli angoli della città destinati a scomparire.

Era un territorio, quello del Finale, fortemente agricolo, dove le lotte sindacali segnarono la seconda metà dell'Ottocento. Protagonista ne fu Gregorio Agnini, che lì era nato il 27 settembre 1856. Nel 1886 fonda l'Associazione dei braccianti di Finale Emilia, prima cooperativa di lavoro della Provincia, dirigendo i primi scioperi della zona. A partire dal 1887 viene più volte arrestato e condannato per motivi politici. Eletto deputato per la prima volta nel dicembre 1890, è ininterrottamente riconfermato. Nel 1892 è tra i fondatori del Partito Socialista al Congresso di Genova.

Come parlamentare si impegnò per l'abolizione del dazio sul grano, per le opere di bonifica (in particolare quella di Burana), per la costruzione di linee ferroviarie nel Modenese e nella Valle Padana, per lo sviluppo del territorio grazie agli appalti pubblici alle cooperative, per il miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro della classe operaia. Decaduto dal mandato parlamentare insieme con tutti gli altri deputati dell'opposizione il 9 novembre 1926, riprese l'attività politica subito dopo la caduta del fascismo.

All'indomani della Liberazione, fu chiamato a far parte della Consulta nazionale e, essendone il decano, il 25 settembre 1945 ne presiedette la prima seduta. Il suo discorso di insediamento prefigurava l'avvento dell'Italia repubblicana: "Egregi colleghi! Ringrazio il Presidente del Consiglio e l'Assemblea del saluto cortese, dell'accoglienza cordiale che mi è stata rivolta. Essa ha aumentato, lo confesso, la commozione che non ho potuto vincere in quest'aula, dopo il ventennio funesto trascorso. Mi sembra però di sentire che aleggi qui, in questa nuova atmosfera di libertà, lo spirito dei nostri Martiri sì, di Giacomo Matteotti, di Giovanni Amendola e di Antonio Gramsci.

Sì, mi sembra, consentitemi che lo dica, di sentir riecheggiare qui, alta e solenne, la loro voce, che indica a noi e a tutti gli italiani il sacrosanto dovere che incombe in questo momento, di dare ogni opera, di compiere ogni sforzo per rigenerare la nostra Patria e risollevare le sorti dell'Italia trascinata nel baratro dal fascismo e dalla monarchia. Consentite che lo dichiari in special modo: mi compiaccio di vedere qui rappresentato la grande massa delle organizzazioni operaie italiane riunite nella Confederazione Generale del Lavoro. Quello che da questi ricordi si deduce lascio a voi il pensarlo. Evviva l'Italia repubblicana!". Pochi giorni dopo aver pronunciato queste parole, cessava di vivere nella sua residenza romana all'età di 89 anni. Era il 5 ottobre 1945.

P. S. Non possiamo certo tralasciare di parlare di quella che è sì una frazione di Finale Emilia, ma è una frazione con più di 4.000 abitanti, che molti scambiano per un Comune.

Massa Finalese dista poco meno di 7 km dal capoluogo, e non riuscì mai a raggiungere una propria autonomia amministrativa. Con lo sviluppo di Finale, Massa ne divenne con il tempo una frazione. Dopo la seconda guerra mondiale abbandonò la sua vocazione di centro agricolo sviluppandosi rapidamente grazie ad alcuni insediamenti industriali per la lavorazione delle carni e per la produzione di zucchero. Vanta alcune ville che testimoniano il soggiorno di una ricca classe di proprietari terrieri, come la splendida villa rinascimentale Il Casino del Vescovo, o il castello costruito per volontà di Vittorio Sacerdoti, conte di Carrobio, dal 1898 al 1900, successivamente ampliato dal 1911 al 1914. Il grande edificio si ispira come modello al castello tedesco di Tobitshau, di cui era proprietario il fratello della moglie di Vittorio Sacerdoti, una nobildonna austriaca. Il castello è circondato da un ampio parco e situato su quelle che un tempo furono le vaste proprietà terriere del conte di Carrobio, che includevano anche il Bosco della Saliceta, una ex tenuta ducale che si trovava tra i comuni di Camposanto e San Felice sul Panaro.

Rolando Bussi

bussirolando@gmail.com