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Cacciari a Festival Filosofia: Tra pensiero e linguaggio una lotta senza fine

Cacciari a Festival Filosofia: Tra pensiero e linguaggio una lotta senza fine

In palio la sopravvivenza stessa della filosofia messa a dura prova dalla rinuncia a contraddire certe forme del fare

CARPI. La filosofia come soggetto attivo dell’agonismo. La filosofia che pensa se stessa e si mette in discussione. “La filosofia come agòn”, è il titolo della lezione magistrale tenuta, ieri, da Massimo Cacciari, professore emerito di Estetica presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, da sempre attento alla crisi dell’idealismo tedesco e dei sistemi dialettici, al valore della critica propria di Nietzsche e di Heidegger. E proprio da Nietzsche, secondo cui l’Europa è un malato incurabile, ha preso le mosse l’itinerario intrapreso da Cacciari, che osserva le aporie del farsi d'Europa, la necessità del primo Agòn, il distinguersi, darsi un'identità per non dissolversi nell'illimitato, per poi ritentare di donare armonia tra identità e differenze.

Massimo Cacciari: "Il corpo non è prigione dell'anima, va oltrepassato" Massimo Cacciari si sofferma su alcuni aspetti della lezione Magistrale che ha tenuto a Carpi in occasione di Festival Filosofia 2016 sull'Agonismo Video di Maria Elena Mele

«Si è iniziato a contare il tempo misurando quello di una gara - ha affermato nella sua lectio - quella tra gli dei dell’Olimpo, tra Crono e Zeus. Da qui, gli atleti delle Olimpiadi hanno continuato a riviverne i drammi originari - “atlos”, in greco, significa lotta, dolore, angustia - ma rivivendoli in giorni fissi, in giorni che irremovibilmente si ripetono, in una lotta che non ha mai fine. Così accade nei tribunali, nelle agorà: si gareggia per competere, prevalere. Il premio è la fama, l’essere riconosciuti nel proprio primato. Chi vince, ha più realtà: vince chi esiste di più». Non solo gli atleti veri e propri concorrono: siamo tutti agonisti, sostiene Cacciari, i protagonisti divengono quelli che prevalgono, che strappano la vita alla morte. Il gioco è questo: esistere. «La gara dell’esistenza - ha continuato - è la gara per eccellenza. E la guerra ne è l’estremo. Esistono molteplici tipi di lotta e stabilire che una sola sia la forma dell’agòn è pura astrazione: su questo terreno gioca la filosofia, volendone detenere il primato. Il filosofo interroga l’atleta: “non vedi che ripeti i giochi olimpici ogni quattro anni? La tua vittoria è qualcosa di effimero, che si ripete di continuo, dominato dalla fortuna. C’è un vincitore, ma ogni quattro anni ve n’è un altro: la guerra non si conclude mai”. Per la filosofia, l'agòn va concluso. “E tu, poeta - ha continuato Cacciari - ottieni risposte ai tuoi drammi, che ripeti senza sosta? La gara della filosofia consta nell’esprimere la legge fondamentale e irremovibile in base a cui noi tutti gareggiamo. Il filosofo constata il diverso e ne traccia la legge dell’armonia superiore. Il filosofo possiede il “logos”, la parola e il ragionamento, e sa in base a quale legge molti si riuniscono configgendo. Gli altri vedono il molteplice, il filosofo mette ordine e vede l’armonia che sovrasta la competizione. Qui sta la nascita della dialettica: vedere come gli opposti, nell’opporsi, si armonizzino. E lì, la gara si conclude. Dice il filosofo. Perché l’identico non esiste senza il diverso, come la notte senza la luce del giorno».

La filosofia, dunque, non elimina la lotta, ma ne vede l’armonia superiore. Ma davvero la filosofia riesce a far questo? «Come fai, filosofia - si è chiesto Cacciari - a obiettare questo, quando tu stessa sei in competizione con le altre filosofie, ognuna convinta di essere arrivata a una riposta? Allora anche tu sei in continuo agòn. Il filosofo è in gara con il pensiero comune, indica la propria verità e, ogni volta, deve partire daccapo. Un agòn interminabile che si basa sulla fiducia della filosofia di poter far conto sulla dialettica. Ma questa non parla il linguaggio della filosofia: non comprende il significato delle parole “eternità”, “immortalità”, non possiede verbi adeguati per declinare il divenire. La lotta è allora tra il pensiero e il linguaggio e non può avere fine».

A meno che non avvenga ciò che sta accadendo: a meno che la filosofia si occupi di fare una semplice analisi immanente di certe forme del fare senza contraddirle, facendo pace col linguaggio.

«Ma se è vero questo - conclude Cacciari - non è solo la fine della filosofia. È la fine dell’Europa».

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