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Processo Aemilia: «La ’ndrangheta ha rotto gli argini»

Motivazioni alle condanne dei primi imputati: «Anche gli emiliani apprezzano la modalità mafiosa e fanno affari sul sisma»

E ora chi si azzarda più a parlare di anticorpi e barriere che reggono contro le infiltrazioni mafiose? Le motivazioni firmate dal giudice per l’udienza preliminare, che ha sentenziato sui riti speciali di 71 imputati al processo Aemilia, pesano come un macigno. In 1391 pagine Francesca Zavaglia traccia uno spaccato drammatico della capacità della ’ndrangheta ad infilarsi nel tessuto economico emiliano. Una ’ndrangheta moderna, capace di mimetizzarsi e di utilizzare le imprese, di sfruttare la crisi. Priva di un capo supremo ma con una sorta di direttorio. Legata alla casa madre calabrese ma allo stesso tempo autonoma nelle sue decisioni. Che preferisce la lusinga alla violenza senza però perdere capacità di intimidazione. La sentenza conferma e sviluppa molti temi proposti dall’accusa, i Pm della Dda Marco Mescolini e Beatrice Ronchi. Il giudice, sottolineando la continuità dell’inchiesta con altri precedenti processi di criminalità organizzata, coglie però un salto di qualità: “Nell’ indagine Aemilia si assiste alla rottura degli argini”, scrive. Il gruppo emiliano è visto “entrare in contatto con il ceto artigianale e imprenditoriale, secondo una strategia di infiltrazione che muove spesso dall’attività di recupero di crediti inesigibili per arrivare a vere e proprie attività predatorie di complessi produttivi fino a cercare punti di contatto e di rappresentanza mediatico-istituzionale. Il conseguente incremento di consapevolezza dell’incombente presenza della ’ndrangheta a condizionare il quotidiano agire ha prodotto un ambiente globale, fatto di cutresi e di emiliani, nel quale la modalità mafiosa viene ormai apprezzata in tutta la sua carica, significato e valenza”.

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La capacità di minacciare, fare recupero crediti, gestire droga e avere nella propria disponibilità svariate armi è mutuata dal mondo calabrese, ma il gruppo emiliano si affina e muove soldi, tanti soldi. «Rispetto al passato - continua il giudice Zavaglia - vi è l’ingente entità dei valori trattati e la complessità delle strategie poste in essere all’interno di una finalità di più ampio respiro, volta alla gestione delle attività economiche nonché al controllo di interi settori dell’imprenditoria locale». E non a caso ci sono due imprenditori legati alla famiglia Grande Aracri che spiccano: sono il pentito Pino Giglio e Paolo Pelaggi, che superano la bufera del cambio al vertice e tornano a gestire, con le false fatturazioni, milioni e milioni di euro. È quello che capiterà anche alla Bianchini Costruzioni che con Giglio - e per pagare Michele Bolognino - imbastisce un giro di fatture fantasma, necessarie a far girare e mascherare il denaro.

E sulla ricostruzione del terremoto il giudice riserva un ampio spazio. «Lo sfruttamento da parte della criminalità organizzata delle calamità naturali è fatto purtroppo notorio in questo Paese. In Emilia ha puntualmente mostrato questo tratto distintivo giovandosi, come determinante punto di forza, della compiacenza di imprenditori emiliani che nella ’ndrangheta vedono un’opportunità». Amaro il commento all'intercettazione in cui due imputati - Gaetano Blasco e Antonio Valerio - ridono dopo le scosse: la conversazione consente di affermare che “la ’ndrangheta non si prende neanche il tempo dello sgomento”, scrive il Gup.

Ed eccoli allora, gli ’ndranghetisti, mentre provano a mettere le mani sulle aziende e sui lavori del post terremoto. Usano la Bianchini Costruzioni come grimaldello per accreditarsi e poi sono pronti a gettarla non appena finisce sulle pagine dei giornali. Lo fa Bolognino quando esce l’interdittiva antimafia, ma lo fa anche Antonio Scozzafava, che riceve da Bolognino (in un subappalto gestito dal boss e non da Bianchini che aveva vinto la gara) la sistemazione del cimitero di Finale. Il 33enne imprenditore vignolese vuole i soldi, perché deve pagare il suo “capo” e arriva persino a pensare di picchiare l’imprenditore sanfeliciano. “Posso fare? Con questo qua vado fino in fondo alle cose eh?”, chiede a Bolognino, che ormai appare come il padrone indiscusso della Bianchini a cui impone la gestione degli appalti e gli operai da fare lavorare. Ovviamente sempre dietro ad un tornaconto, fatto di soldi in nero, cassa edile e addirittura buonipasto. Ma questa è la ’ndrangheta emiliana, avida, vogliosa di potere, senza scrupoli seppur in giacca e cravatta.

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