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Pietro Valenti: Modena e il teatro grande amore di tutta una vita

Pietro Valenti: "Modena e il teatro grande amore di tutta una vita"

Gli studi a Roma, gli inizi al San Geminiano l’avventura di Ert e i rapporti con la politica

MODENA. «Bisogna amare veramente il teatro. Io credo di averlo amato davvero tanto, e soprattutto di avere avuto dal teatro un ritorno enorme».

Parole che ben presentano Pietro Valenti, l’ormai ex direttore di Emilia Romagna Teatro, ente che ha rilevato, ventidue anni or sono, sull’orlo del baratro e che ha prima risanato e poi guidato nella trasformazione in Fondazione, fino a vederlo diventare, un paio di anni fa, Teatro Nazionale, il secondo per importanza in Italia dopo il Piccolo di Milano. Nel frattempo, attraverso l’attività di Ert Modena ha fatto il giro del mondo, è divenuta polo fondamentale della ricerca teatrale, ha richiamato i più grandi registi ed attori, ha visto svilupparsi una realtà culturale di valore assoluto.

«Un momento importantissimo, per me, fu quando il Comune fece la prima delibera di 40 milioni per il vecchio teatro San Geminiano», ci ha raccontato Valenti, in una lunga chiacchierata sulla sua vicenda sia professionale che personale. «L’allora assessore Motta ebbe il coraggio di portare in Consiglio una delibera di quella cifra per la gestione dello spazio che utilizzavamo già da un paio di anni. Ma prima ancora - torniamo agli anni Settanta - l’assessore Magni aveva deciso che a Modena serviva qualcuno che si formasse a questo mestiere partecipando al corso di Fulvio Fo a Roma. Per sei mesi, stavo via da martedì a venerdì in un alberghetto, in un sottotetto, e ho imparato tante cose, come ad esempio le relazioni che si devono tenere con gli artisti, ho costruito le competenze su cui ho basato la mia carriera e con me si è formata la generazione che oggi ha in mano buona parte del teatro. Un altro che non posso dimenticare è Mario Cadalora: ricordo bene la sua telefonata quando mi disse “guarda, tu sei l’unico che in questa città può dare una svolta a questo teatro”».

Continuano i ricordi modenesi: «Ad esempio, l’avvocato Simonazzi, la sua passione per il teatro, ma soprattutto Giancarlo Gatti, il direttore dell’allora Teatro Comunale. Lui aveva una competenza straordinaria nel valutare sia gli artisti che gli operatori, fino all’ultimo dei tecnici: quante cose ho imparato da lui sulla gestione del teatro!»

E i rapporti con la politica, in particolare quella cittadina?

«Chi scrive che io sono sostenuto politicamente fa un errore clamoroso perché non corrisponde alla realtà. Per me è stato determinante non legarmi con nessuno, mi sono tenuto la mia indipendenza, sapendo dove poter arrivare senza creare disagio a nessuno. Non ho tessere di partito da quando ho iniziato ad avere responsabilità nel teatro. Ricordo tutti gli assessori: Zurlini, la Cianassi, Cottafavi, De Pietri, tutta gente con cui non ho mai avuto problemi, anche se si potevano avere idee differenti. Certo, ho le mie idee ma anche se tutti hanno sempre pensato che fossi protetto politicamente - anche all’interno dei teatri stabili per anni hanno creduto fossi stato messo al mio posto dal Pci, cosa non vera perché nel ’94 mi chiamò De Pietri, che non era certo del Pci, e mi disse “siamo nei casini, uno del mio partito ha fatto cose che non funzionano, vogliamo fare un’operazione diversa” - probabilmente sono riuscito, non essendo nato in questa città, a mantenermi ai margini senza dare fastidio a nessuno. D’altro canto, il nostro lavoro non poteva essere influenzato da questioni esterne, soprattutto politiche, perché quello che vince è il fatto che alla fine se sei una persona vera, che fa il suo lavoro, se sei una persona che non ha un interesse privato nello svolgere un compito pubblico, gli altri temono di intervenire perché possono essere smentiti pubblicamente».

Parliamo un po’ del teatro San Geminiano?”.

«Il San Geminiano era una cosa microscopica che ha assunto rilevanza internazionale grazie ad alcuni incontri fortunati. Su tutti, quello con Thierry Salmon, che da un lato è la persona che più mi ha insegnato l’etica del lavoro - io uscivo dai confronti con lui senza forze perché lui le assorbiva tutte - dall’altro è la persona che mi ha costretto ad uscire da questa città. Con lui ho fatto giri infiniti, abbiamo attraversato tutta la Russia, costruito uno spettacolo stando un mese a San Pietroburgo. Il piccolo San Geminiano un mese a San Pietroburgo per fare uno spettacolo: un piccolo grande miracolo. Non posso poi dimenticare il confronto continuo con Fabrizio Orlandi: una figura determinante, con lui abbiamo fatto quasi tutto, da montare i palchi a spostare gli armadi a accompagnare la gente o far da mangiare a Santagata e Morganti; ma anche Jolanda Gazzerro, grande persona di altissima qualità sia sul piano umano che sul piano del lavoro, e i tanti con cui si era creato un gran gruppo. Penso a César Brie. L’Amleto di Romeo Castelluci è nato lì e poi ha fatto il giro del mondo; Pippo Delbono e Pepe Robledo vennero a stare a Modena per dieci anni, con la mamma di Pippo che mi telefonava e mi diceva “Ma mio figlio stava facendo l’università di Economia…”».

E gli incontri legati allo Storchi?

«Cobelli per me è stato un maestro, gliene ho fatte di tutti i colori e non mi ha mai alzato la voce contro. Castri lo incontravo in treno andando a Roma alle riunioni dell’Agis, ce l’aveva con tutti, litigavamo tantissimo, anche se non c’era molto da dire con lui, perché alla fine condividevo tutto. Poi Lievi, Bob Wilson, Nekrosius, Latella, che hanno una visione del teatro che non è mai solo intrattenimento».

Fra gli attori?

«Con Umberto Orsini è stato un rapporto fondamentale. Mantiene ancora oggi una lucidità progettuale difficile da trovare in teatro, e l’abbiamo convinto a lavorare con Delbono, con De Rosa, con Babina. Giorgio Gaber si è fatto un pubblico, qui. Ha fatto crescere molto la gente con le sue storie. C’era una necessità di aprire la testa. Così pure Paolo Poli, con la sua intelligenza straordinaria. Non l’ho mai visto in tutta la sua vita non rispettare il pubblico. Oggi vedo dei cani che fanno del cinema, che del pubblico si disinteressano, perché a loro interessa solo la paga. Poli invece era uno che aiutava il pubblico a crescere».

E adesso?

«Smetto per l’età, e devo ringraziare la mia famiglia che mi ha supportato, e sopportato, fino a qui. Un secondo motivo è che non trovo più competenze negli enti locali, ma soprattutto attenzione ai problemi del teatro. E parlo non di Modena, ma in particolare di Bologna. Qui c’è sempre stato un altro clima. Quello che però sta distruggendo tutto è che i capocomici sono una quantità infinita, e fanno lavorare i familiari a prescindere dalla qualità. Il loro è un teatro commerciale, che non ha niente a che fare con quello che abbiamo sempre fatto all’Ert. Non ho niente contro il teatro commerciale, ma alla fine il teatro italiano è fatto da famiglie, e la situazione è bloccata da queste cose, e non so che futuro possa esserci. Il ministero in tutto questo ha una

responsabilità enorme, ha creato una situazione per la quale i giovani non troveranno mai lavoro. Insomma, nei prossimi anni ci sarà una grande lotta per sopravvivere, e io non ho più quelle energie. E poi mi sembra che l’Ert possa fare anche senza di me».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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