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Roberto Barbolini nel mare dei ricordi modenesi: amici, maestri, scrittori

Roberto Barbolini nel mare dei ricordi modenesi: amici, maestri, scrittori

«Un inno alla passione di lettura che si sta perdendo» L’autore presenterà a Buk “Nero Wolfe in via Pastrengo”

Si ammalava spesso Roberto Barbolini, quando era bambino, e ciò gli permetteva di leggere molto. Qualche pensiero alla morte? Ma “morire - scrive in “Angeli dalla faccia sporca. Viaggio al di là del giallo e del noir” (Galaad Edizioni, 296 pagine, 15 euro) - è uno di quei gesti radicali che sul momento possono esercitare un certo fascino romanzesco, ma alla lunga si rivelano impedimenti decisivi alla prosecuzione di qualsiasi carriera letteraria”.

Qualche settimana fa lo stato di salute è andato oltre qualche linea di febbre, ma Barbolini è tornato in gran forma, tanto da annunciare una nuova pubblicazione da presentare il 18 febbraio a Buk. Il colloquio di circa un'ora è stato persino divertente con lo scrittore, e giornalista culturale, che si definisce «molto impuro. Scrivo romanzi, racconti, saggi e spesso cerco di ibridare, “meticciare” queste forme. Sono uno scrittore ibrido come la Toyota Auris che ho da tre anni. Credo nella scrittura ibrida e il libro “Angeli...” ne è l'esempio, tra memorie personali, spunti narrativi, saggistica. Il libro è un romanzo critico o un saggio-romanzo, ma pure un romanzo di formazione letteraria e umana».

Si avverte il desiderio di raccontare e di raccontarsi...

«Emergono figure di amici. Ci sono aneddoti: quando andavo nella bancarella di corso Canalchiaro a comprare i gialli. Parlo della signora Nerina, madrina del Modena, che mi accompagnava alla partita; di gente che ho frequentato con passione».

Come nasce la sua vocazione per il giallo?

«Sono sempre stato attratto da un tipo di letteratura fantastica, ma pure dal giallo classico alla Sherlock Holmes che rimette in ordine l'equilibrio sociale turbato dall'assassinio. Sono stato un entusiasta lettore di Allan Poe, in cui si trova il racconto fantastico e anche il primo detective della moderna letteratura occidentale. Come ci fosse in lui già tutto l'insieme delle mie riflessioni. L'amore è partito da un bambino dotato di fantasia che doveva stare spesso in casa, senza videogiochi né televisione, e cercava il suo risarcimento sulla pagina di un libro».

Il libro somiglia un po' al mostro di Frankestein...

«L'ho concepito come un patchwork, da Guareschi a Poe, da Salgari a Chandler... Vuole essere un inno alla passione di lettura che si sta perdendo. Nella parte finale c'è un riferimento alla “fanfiction”: la fiction che viene scritta dai fans. Come se il lettore affezionato sentisse il bisogno di prolungare il piacere di lettore, creando nuove avventure che hanno suggestionato la sua fantasia, trasmettendole agli altri».

Lei parla di Hammett, Chandler, Salgari, Stevenson, Poe... Che ruolo hanno avuto sulla sua formazione?

«Appartengo a una generazione che non si vergognava di avere maestri. Ho fatto tesoro anche dei loro valori di umanità e di generosità. Maestri che scoprono in te una scintilla, una passione e ti aiutano a rivelarla. Per questo presenterò a Buk “Nero Wolfe in via Pastrengo e altri incontri ravvicinati”, pubblicato da Greco&Greco. In esso affronto i miei rapporti con sei figure esemplari che sono stati amici e maestri: Arpino, Pontiggia, Garboli, Anceschi, Fink e Giorgio Manganelli. Certi tributi vanno pagati. Viviamo in un'epoca senza memoria vera, anche se infinita è quella artificiale».

Quale idea di bellezza insegue?

«Ci sono amici, come Stefano Zecchi e Giuseppe Conte che auspicano il ritorno ad una bellezza classica e romantico. Invece io penso che il bello e il sublime debbano passare attraverso l'estetica del brutto che pervade. Il che non significato annullarsi in questo. Non sono né nichilista, né cinico. Il titolo del libro “Angeli...”

chiarisce tutto: la bellezza è un angelo che continua ad essere qualcosa di elevato, di superiore, di spirituale che noi cerchiamo nella faccia sporca, perché oggi il mondo è una grande diversificazione dei saperi. Impossibile pensare alla bellezza solo come a una statua di Canova».

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