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«Senza velo al lavoro Quell’imposizione offende le islamiche» 

La sentenza della Corte di Giustizia Europea contestata dalle donne musulmane che vivono a Modena: «Discriminante e sessista, non rispettano il nostro Credo»

Le aziende possono, a determinate condizioni, vietare, nel contesto dei rapporti di lavoro, il velo islamico e, più in generale, tutti i simboli di natura religiosa, politica o filosofica. La Corte di giustizia dell'Unione europea ha emesso martedì mattina la sua sentenza che estenderebbe a tutta l'Unione europea un concetto di laicità alla francese.
Per la Corte un'azienda ha il diritto di imporre nel suo regolamento "una neutralità di abbigliamento" per i propri dipendenti. In linea di principio la direttiva pretende di essere universale e imparziale ma penalizza di fatto le donne musulmane d'Europa che portano il velo. Una discriminazione pienamente giustificata se l'obiettivo dell'azienda è "legittimo" e "i mezzi per conseguirla sono appropriati e necessari”.
La Corte ritiene, per esempio, che una impresa abbia il diritto di impedire a una dipendente a contatto con la clientela di portare il velo. Non si tratta del foulard integrale, il niqab o il burqa, ma di quello leggero e coprente solo la testa, l'hijab. Se la persona in questione rifiuta di toglierlo può rischiare il licenziamento. Secondo la Corte dell'Ue spetta alle imprese impostare regole chiare nei loro regolamenti interni, norme che non possono in alcun modo fare riferimento a una particolare religione: ciò che vale per i musulmani dovrebbe valere anche per gli ebrei o i cattolici. E ciò che vale per le religioni dovrebbe valere anche per i simboli di appartenenza politica o filosofica.
«E' una sentenza discriminante, classista e sessista che colpisce le donne musulmane», esordisce Adil Laamane, presidente della seconda moschea di Modena, la Casa della Saggezza di via Portogallo. «Una donna ha la libertà di indossare minigonne e tacchi alti in ufficio ma non ha il diritto di coprirsi».
Secondo Laamane il velo non è un simbolo, né una provocazione o una moda.
«Si tratta di una prescrizione religiosa che le donne musulmane devono seguire in nome di Allah», afferma Laamane.
Secondo Laamane la decisione sarebbe lesiva dei diritti dei lavoratori. «Una sentenza classista e sessista perché concede più potere ai padroni di decidere sulle persone più deboli, le donne immigrate. Una posizione che incoraggia la prepotenza nei luoghi di lavoro da parte degli imprenditori che ora potranno dire semplicemente:O ti vesti come dico io o ti licenzio».
Laamane aggiunge:«È tristemente ironico che questa sentenza giunga a pochi giorni dalla festa della donna ed è uno schiaffo all'idea di indipendenza femminile e di emancipazione attraverso il lavoro: si veicola il messaggio che le donne non sono libere e che è più facile attaccarle perché più vulnerabili».
Per Diana Kassem, giovane modenese di origine siriana, musulmana praticante che non porta il velo la decisione dei togati è un segnale dei tempi:«La criminalizzazione dell'Islam e l'intossicazione dei media hanno reso il clima di convivenza fra comunità esplosivo. Non mi stupisco, io stessa avevo previsto questa deriva: la crisi non aiuta e presentarsi in hijab per un qualsiasi colloquio di lavoro è diventato squalificante».
Diana Kassem si addolora per una sentenza che rischia di emarginare ancora di più le donne islamiche: «Ci sono ragazze musulmane di seconda generazione altamente qualificate, laureate e iper specializzate, non si terrà più conto del valore effettivo dei lavoratori».
La condanna a questa sentenza controversa arriva anche da Verde Jennah per bocca della fondatrice e direttrice Cinzia Aicha Rodolfi. Convertita all'Islam, Rodolfi ha fondato a Castelfranco il primo blog del modenese interamente dedicato alla moda e alle questioni femminili delle millennials musulmane d'Italia. Anche Cinzia Rodolfi ha subito lo stigma del velo. Lavorava in aeroporto a stretto contatto con il pubblico quando ha deciso di indossare l'hijab. «Solo che un minuto prima di essere licenziata mi sono dimessa. Sapevo che il mio lavoro sarebbe diventato difficile se non incompatibile con la mia ritrovata spiritualità, non volevo obbligare nessuno, non volevo forzare i miei colleghi ad accettare una decisione così personale parte di un mio processo individuale».
Cinzia non ha denunciato neanche l'accaduto, a suo tempo. «Gli obiettivi di un'azienda che lavora per il profitto non sempre collimano con quelli di una lavoratrice con l'hijab», dice in modo diplomatico. «Non credo in un Islam urlato, non credo nelle donne aggressive che fanno caos. Che senso avrebbe, in fondo, entrare in causa con la dirigenza e magari anche vincerla
per poi tornare in un ambiente di lavoro ostile? io non vado a casa di chi mi disprezza», aggiunge Cinzia Aicha che sospirando conclude: «Se solo questi giudici sapessero il vero significato del velo, che rappresenta il pudore e l'umilità delle donne musulmane».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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