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Modena, dalla fabbrica alla fama la favola vera di Cisco 

Il cantautore, oggi solista, per tanti anni voce dei Modena City Ramblers  «Il mio successo? Colpa di una birra di troppo una sera al Kalinka di Carpi»

Modena, Cisco si racconta ai ragazzi di Voci dal Branco Il cantautore, oggi solista, per tanti anni voce dei Modena City Ramblers «Il mio successo? Colpa di una birra di troppo una sera al Kalinka di Carpi» Video di Gino Esposito

MODENA.  Una lunga storia quella di un cantante e di un gruppo che hanno fatto un'epoca.

Cisco, da dove nasce la passione per il canto?
«Non ho mai preso lezioni di musica. La mia massima aspirazione era lavorare in un negozio di dischi, vendere musica per me era la professione migliore che si potesse avere, e l’ho anche fatto. La mia passione per la musica risale alle scuole medie, quando per insegnarci l’inglese ci facevano cantare le canzoni di Dylan e dei Beatles. Per anni è stata l’unica materia in cui prendevo 9, nonostante la mia pronuncia fosse pessima».
Com’era la tua vita prima dei Modena City Ramblers?
«A diciott’anni sono andato a lavorare in maglieria, poi ho fatto l’operaio alla Scaltriti e Volponi. In maglieria lavoravo nelle circolari, facevo turni di notte e lì mi scatenavo: ero solo, con la musica altissima e cantavo come su un palcoscenico...».
Come hai conosciuto i Modena City Ramblers?
«Una sera, finito il turno in maglieria, sono andato in un locale di Carpi, il Kalinka, all’epoca un piccolo pub con un palchetto all’angolo della sala. Suonava un nuovo gruppo folk irlandese, i Modena City Ramblers. Complice una birra di troppo, dopo aver richiesto l’ennesima canzone, fui invitato sul palco a cantare. Passati due mesi sono entrato a far parte del gruppo».
All’improvviso membro di una band di sconosciuti?
«Entrai il primo Maggio del 1992. Avevo poco meno di ventitré anni e gli altri membri non solo erano più grandi di me, ma avevano anche uno stile di vita diverso: loro erano laureati, uno faceva lo psicologo, uno l’economista, uno il pubblicitario… Suonavano insieme per passione. Io, invece, venivo dalla maglieria. La classe operaia che entrava a far parte di una realtà nuova... Gli altri erano molto affascinati dalla mia esperienza».
Dalla musica irlandese alla stesura di canzoni vostre...
«Ero appena entrato quando mi fecero sentire Bella Ciao chiedendomi di lavorarci su. Per me fu come un cerchio che si chiude. Quel pezzo conteneva i ricordi della mia famiglia, le storie dei miei nonni, dei loro parenti, i racconti sulla guerra… Bella Ciao era la colonna sonora della mia infanzia. Qualche mese dopo ci invitarono a suonare tre pezzi a Bologna, in Piazza Maggiore, in occasione delle Controcolombiadi. Il nostro compito era riscaldare il pubblico per i pezzi grossi, Puccini e gli Skiantos. Prima dello spettacolo discutemmo molto: alcuni sostenevano fosse meglio andare sul sicuro e suonare solo le nostre canzoni irlandesi ma io e altri due continuavamo a ripeterci “Se non cogliamo questa occasione siamo dei matti”. Alla fine suonammo Bella Ciao, tenendola alla fine, e la gente entusiasta, si impossessò della nostra versione. Capimmo che potevamo fare qualcosa di diverso».
Dai pub a Piazza Maggiore?
«Andammo a Bologna perché ci avevano sentiti suonare due settimane prima ad una festa dell’Unità. Furono anni frenetici. Passavamo dal suonare al Palatrussardi di Milano davanti a 6000 paganti ad un paesino toscano per 200 persone».
Come sei riuscito a gestire questo cambiamento?
«All’inizio non riflettevamo nemmeno troppo su come gestire tutto. Tornavo a casa la sera che ero esausto e dopo poco mi sono licenziato dalla maglieria per incompatibilità di orari. Trovai un lavoro come commesso da Tosi Dischi, a Carpi, poi lavorai a Modena, da Fangareggi, un altro negozio di dischi che ora non c’è più. Ho vissuto benissimo questa doppia esperienza, finché ho potuto, poi ho deciso di fare il cantante. Non sono pentito».
Come hanno reagito i tuoi conoscenti alla decisione?
«Il mio titolare di allora mi disse “Ma dove vuoi andare? Ti rendi conto che stai lasciando un posto fisso di lavoro per inseguire un sogno?”. Io però sapevo di doverci provare. Avevo ventitré anni, se non a quell’età quando? L’unica cosa che mi spaventava era che la mia vita potesse rimanere così com’era per altri quarant’anni».
Se l’ex titolare ti vedesse ora, come pensi reagirebbe?
«L’ho rincontrato poco tempo fa, ed era felicissimo per me. Si ricordava ancora dei miei attimi di follia, quando afferravo le rocche dei filati di notte e le usavo come microfono».
La tua famiglia invece?
«La mia famiglia all’epoca erano mia madre e mio padre. Non hanno mai detto nulla se non “Fai ciò che pensi sia giusto”. L’occasione che ti cambia la vita è proprio dietro l’angolo, nel bene e nel male, oggi forse ancora più di allora. Tutt’ora quando possono vengono a vedere i concerti, e a me fa tanto piacere».
E la tua famiglia oggi?
«Adesso ho tre figli, di nove, sette e quattro anni. Il più piccolino ogni tanto canta e suona la sua chitarrina, gli altri invece sembrano vedere la musica come una cosa da evitare, un po’ mi dispiace, ma da un lato è meglio così. Quando vedo i figli di grandi artisti che tentano di ripercorrere le orme dei genitori sono preso dall’ansia, vista anche la precarietà del panorama musicale italiano oggi».
Che tipo di pubblico era quello dei Modena City Ramblers?
«Avevamo un pubblico trasversale, non solo per età, ma per orientamento. Nonostante fossimo abbastanza collocati politicamente, avevamo un seguito anche tra gente di destra o estrema destra, che rivedeva nella nostra musica gli ideali della lotta di liberazione dell’Irlanda, appoggiata dal Fronte della Gioventù. Dopo una serata al Griffin, un pub di Modena, incontrai degli studenti di destra che mi dissero “Noi vi seguiamo tanto, nella nostra sede abbiamo i vostri Cd. Non condividiamo le vostre scelte politiche, ma amiamo la vostra musica”. Rimasi spiazzato, non sapevo cosa dire».
Perché scrivere canzoni “impegnate”?
«Non è stata una scelta, era la nostra natura. Se fossimo stati un gruppo che scriveva canzonette ci saremmo lasciati dopo due anni. Era la nostra indole che ci portava a mescolare ideali e impegno con una musica allegra, il risultato era un lavoro così spontaneo che alla fine funzionava, specie in quegli anni».
La rottura con i Modena City Ramblers...
«Ho vissuto molto male tutto l’ultimo periodo, nonostante siano accadute cose meravigliose, due dischi nella top ten italiana e concerti in tutta Europa con 8000 paganti per data. Questa celebrità improvvisa mi metteva disagio, non me l’aspettavo, e, anche se sembra assurdo, non la desideravo. Non riuscivo più a gestire bene né il pubblico né il palco. Paradossalmente, uno degli avvenimenti che più mi ha messo in crisi fu legato proprio al pezzo Bella Ciao: un ragazzo, dopo un concerto, venne da me per farmi qualche domanda e mi chiese quando l’avessi scritta! Mi sono reso conto che i valori che noi davamo per scontati non solo non erano conosciuti, ma non erano nemmeno concepiti né compresi da molti. Per il bene mio e del gruppo, per questo ho preso un’altra strada».
Dopo i Modena com’è cambiata la tua vita?
«Dal 2006 ho ripreso in mano la mia vita. Ho intrapreso una carriera da solista, feci uscire un primo album chiamato “La lunga notte” e poi, anche se con nuovi compagni di viaggio, ho ricominciato a calcare palchi e scrivere canzoni».
Come arrivano le idee per le canzoni?
«Dipende da tanti fattori. Col gruppo la canzone poteva nascere parlando; un giorno qualcuno portava un ritornello ispirato ad una conversazione di attualità, tu ci aggiungevi la strofa e il gioco era fatto. Best, per esempio, parla di George Best, calciatore disgraziato ma fortissimo, e fu scritta in cinque minuti dopo aver visto le immagini del suo funerale. Altre canzoni nascono, per esempio, guardando un film. In Zelig dico “Sarò ciò che tu vuoi. Ogni cosa che vuoi che io sia”, riprendendo una frase che mi ha colpito tantissimo del film American Beauty. Ebano, invece, prende il suo nome dal titolo di un bellissimo libro di Kapuscinski che stavo leggendo.... Faccio questo lavoro ventiquattr’ore al giorno, spesso anche a discapito della mia famiglia. L’ultima vacanza che mi ricordo di aver fatto risale al 2007».
Cosa fa oggi Cisco?
«Il progetto più recente si chiama “I Dinosauri”, reunion tra me e altri due ex membri dei Modena che ha fruttato un disco folk che parla di noi e della nostra generazione, che ha lottato e perso, però ha camminato».
Che cosa è stato perso?
«Abbiamo perso la battaglia per un’Italia migliore. In pieno scandalo Mani Pulite ho pensato che l’Italia potesse cambiare. Non è cambiata affatto».
Sono cambiate le problematiche sociali, prima fra tutte figura l’immigrazione. Hai mai scritto una canzone ispirata ad una situazione del genere?
«Sono contento che mi abbiate fatto questa domanda. Ce n’è una a cui sono legato, si chiama Ebano e nasce da un viaggio in Sud Africa, dove abbiamo alloggiato in un fatiscente hotel coloniale. Sotto all’hotel c’era un bar che, di notte, si trasformava in un bordello. Qui abbiamo incontrato una ragazza che ci ha raccontato la sua storia. Ne è scaturita una canzone, di cui vado molto fiero».
Da dove nasce “Cisco”?
«Da bambino a Carpi ero un grande appassionato di calcio e, per allenarmi, usavo una maglia con la scritta “San Francisco”. A furia di lavare la maglia, gran parte della scritta si è cancellata, ed è rimasto solo Cisco».

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