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Pighi, ex sindaco di Modena: «I chioschi in cemento? Servivano» 

«Li chiedeva la città. Non esisteva vincolo, l’abbiamo voluto noi». Losavio (Italia Nostra): «Sei stato il peggior sindaco»

MODENA.  Prima lo attacca Giorgio Pighi: «C’è una associazione a Modena che ogni volta accusa le giunte di violare la legge e ogni volta aspetta la fine dell’iter per bloccare tutto appena si posa il primo mattone». Poi è Giovani Losavio di Italia Nostra, durante una pausa dell’udienza sui chioschi, a replicare a Pighi in un improvviso faccia a faccia: «Sei stato il peggior sindaco di Modena». Accuse durissime tra i due, condite con sorrisi e fair play davanti all’ex Soprintendente Elio Garzillo, divertito, anche se contrarissimo ai chioschi come ha appena ribadito al giudice Barbara Malvasi.

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È stato un momento unico nel suo genere quello che ha messo a confronto i due storici duellanti: Pighi, il sindaco dei grandi progetti per la città che ha voluto i chioschi, e Losavio, l’ambientalista che ha fatto di tutto per bloccare il cemento nel Parco e ora con Italia Nostra parte civile al processo.

La testimonianza di Pighi - che, come noto, non è accusato - è stata scandita da alcuni concetti fondamentali. Primo, il Parco così non poteva restare perché era un obbrobrio costellato di baracchine abusive. Secondo, non esisteva alcun vincolo per impedire la progettazione di dodici nuovi chioschi, «un’esigenza sentita dalla città e dalle forze politiche» in nome della fruibilità, della sicurezza dal degrado e dal crimine e soprattutto

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dell’attrattività economica. Terzo, con la sua seconda giunta si è creata una situazione politica così favorevole che in Consiglio la maggioranza era automatica e «la giunta andava avanti come un treno», come ha detto. Filava tutto liscio: i dirigenti presentavano i progetti, la giunta li approvava, quindi che bisogno c’era di andare in Consiglio? Quarto, in questa vicenda le responsabilità e le competenze tra tecnici e politici sono nettamente divise: agli amministratori spettava la responsabilità di merito (i contenuti del progetto); ai dirigenti tecnici quella progettuale e quella tecnico-legislativa. Sesto, il progetto chioschi è stato «un percorso nell’ambito della legalità» e si sono adottate scelte che hanno eliminato altri percorsi, ma il giudizio finale può essere solo politico.

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La difesa dell’operato della sua giunta è stato a tutto campo. Quando gli è stato chiesto con quale criterio avesse scelto Daniele Sitta come assessore all’urbanistica, ha risposto: «Perché è una persona particolarmente competente in urbanistica. Non ha titoli diplomi o lauree, ma ho voluto lui perché è stato dirigente nel mondo imprenditoriale e anche perché come sindaco di Campogalliano ha sistemato i pasticci urbanistici fatti negli anni Cinquanta in quel paese».


Ricostruendo la genesi di questo controverso progetto sui nuovi chioschi, Pighi ha ricordato che, siccome non esisteva un vincolo, lo ha voluto lui. «Siamo stati noi a chiedere un Decreto alla Soprintendenza a Bologna. Volevamo noi un vincolo sul Parco. Lo abbiamo fatto per non farci impallinare da certe associazioni o dalla Soprintendenza come era avvenuto alla Giunta Barbolini». Questo vincolo - che, come ha spiegato, è culturale - in realtà è stato un grimaldello per superare il no e avviare la trasformazione del parco. «Non c’erano altri vincoli, nemmeno in base alla Legge urbanistica del 1939 - ha garantito - dopo l’aquisizione del Decreto abbiamo sempre lavorato in piena e leale collaborazione con la Soprintendenza».

 

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