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Modena, Porta Aperta come l’Ausl 1300 senza dimora in cura 

Il quadro del servizio medico con volontari dell’associazione a San Cataldo «Visitiamo chi viene rifiutato dalla pubblica sanità: c’è chi non vuole alcun aiuto»

MODENA. Garantire assistenza sanitaria alle persone senza fissa dimora non significa soltanto curarle, ma operare per preservare la dignità umana. Di questo è convinto il gruppo di volontari dell’associazione “Porta Aperta”, che su questi incisi basa la propria attività, offrendo cure a chi non riesce ad accedere al Servizio sanitario nazionale o a chi vive in condizioni troppo indigenti per potersi permettere i costi dei medicinali.

"Così curiamo i senza tetto a Modena" Giuliano Venturelli, responsabile dell'ambulatorio medico dell'associazione Porta a Porta, spiega i servizi medici offerti ai senza tetto: "Visitiamo chi viene rifiutato dalla pubblica sanità". Video di Gino Esposito L'ARTICOLO

Ieri mattina il responsabile dell’ambulatorio dell’associazione, il medico Giuliano Venturelli, ha tenuto un convegno a palazzo Europa per illustrare il fenomeno dell’“homelessness”, ovvero la situazione di chi vive per strada. Un fenomeno in aumento, visti i dati di chi frequenta la struttura di via cimitero di S. Cataldo, a Modena.

Nel 2010 gli utenti visitati dai medici volontari sono stati 658, nei cinque anni successivi il numero è costantemente aumentato, fino ad arrivare alla cifra di 1389 pazienti per un totale di 4268 visite. «Il problema dei senza fissa dimora è sempre esistito, ha spiegato Venturelli - ma fino al secolo scorso si parlava di poche unità, di persone che magari lo sceglievano come stile di vita. Oggi è cambiato: assistiamo a centinaia di persone che hanno perso ogni riferimento abitativo e si ritrovano a vivere per strada. Non per loro scelta, ma perché sono scivolati nella povertà assoluta. L’Istat ci ha detto che sono quattro milioni in Italia le persone al di sotto della soglia di povertà. È possibile quindi un aumento di queste persone per strada».

Chi sono questi “homeless”, senza dimora? Nel 90% dei casi sono stranieri irregolari, mentre il restante 10% è composto da italiani. Possono essere in una situazione di povertà assoluta per via del fallimento del processo migratorio, ma anche perché hanno perso il lavoro, oppure non sono riusciti a riadattarsi dopo essere stati in carcere o in ospedale psichiatrico; o ancora perché non sono riusciti a superare altri eventi critici, come un lutto o uno sfratto. Qualunque sia il motivo, non hanno solo perso la casa, ma anche le relazioni umane significative. Vivono in un isolamento quasi totale, in un processo di impoverimento che diventa quasi irreversibile.
«Ogni giorno vediamo 20-30 persone - ha spiegato Venturelli - che non hanno il medico di medicina generale e che quindi per avere una risposta ai loro problemi di salute sono obbligate a rivolgersi al nostro ambulatorio. Siamo a bassa soglia, quindi un ambulatorio libero e gratuito. Unico paletto: se i pazienti hanno il medico di famiglia, diciamo di rivolgersi a lui e non a noi. Non escludiamo nessuno tra coloro che non hanno altra forma di assistenza sanitaria».

La maggiore difficoltà sta nel convincere le persone senza dimora dell’importanza delle cure. «Hanno una scarsa percezione della gravità della malattia, - ha continuato il medico - proprio perché devono far fronte quotidianamente a problemi più importanti, come mangiare, bere e dormire. Tendono sempre a differire i problemi sanitari. È nostro compito ricostruire questa coscienza di malattia e quindi la capacità di curarsi adeguatamente. Non è facile, bisogna riuscire a ingranare un certo tipo di rapporto e spiegare che per la loro qualità di vita (anche se è difficile parlarne a chi vive per strada), per non avere problemi ancora peggiori forse vale la pena curarsi bene».

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