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 L’istante infinito del nuovo inizio 

Emiliano oggi compie 5 anni e guarda il cielo: come un’opera d’arte

L’assiolo. Non si vede l’assiolo nel ritratto che Andrea Chiesi ha dipinto per la Gazzetta di Modena. Olio su lino, cielo su terra: e da qualche parte, nascosti e presenti, ritratti, noi. Ma davanti a casa sua, al confine tra l’orizzonte urbano e i campi che fermi lo inseguono, l’assiolo ha fatto il nido, su un albero. Andrea lo racconta quando ti accoglie, lo cerca con lo sguardo al cielo. Dove volò l’assiolo il 20 maggio, un attimo prima della seconda scossa, quella anticipata dall'interro ...

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L’assiolo. Non si vede l’assiolo nel ritratto che Andrea Chiesi ha dipinto per la Gazzetta di Modena. Olio su lino, cielo su terra: e da qualche parte, nascosti e presenti, ritratti, noi. Ma davanti a casa sua, al confine tra l’orizzonte urbano e i campi che fermi lo inseguono, l’assiolo ha fatto il nido, su un albero. Andrea lo racconta quando ti accoglie, lo cerca con lo sguardo al cielo. Dove volò l’assiolo il 20 maggio, un attimo prima della seconda scossa, quella anticipata dall'interrompersi del vivace cinguettio dell'alba in giardino (pazienza se poi leggerai che deve essere stato un caso, giacché non è scientificamente provato che gli animali "sentano prima": tu sai che è vero). E a uno così, che da 30 anni traccia attraverso la rivisitazione dei luoghi la loro trasformazione e in parallelo (e in assenza dal quadro) il mutare dell’uomo, capisci, mentre guarda se tra i rami si vede l’assiolo. Sì, a lui si può chiedere dipinga un’immagine d’arte: a racchiudere non un istante ma 5 anni comunque vissuti con il terremoto, a schiudere il lascito intimo che comunque ha mutato ciascuno di noi. Un segno che dica, insieme, come Jorge Luis Borges scrisse agli amici del Friuli nel 1978: “Adesso ci tocca il più segreto e prezioso dei doni: la fine, il nuovo inizio”.

Quel giorno e tutti i successivi abbiamo compreso esser fatti della paura di perdere chi ami e il mondo che ami, come negli anni hai imparato a conoscerli: imperfetti, incoerenti, semplici e terribilmente banali, ma meravigliosamente parte di te, tuoi. Persone, ambienti, strade, abitudini: tutto può cambiare irrimediabile in una frazione di secondo; l'insicurezza si insinua nei pensieri e reindirizza le scelte quotidiane. Il certo non è più tale. Il termosifone che al più sporcava di nero la parete ora giace di traverso, la pendola pencola, la trave si è fatta pagliuzza, la crepa vive, divide e sperpera. Ti imponi di razionalizzare, ascolti gli ingegneri e chi studia il fenomeno, leggi e ti informi, ma avverti una dimensione nuova: precarietà e vulnerabilità. E a darti ragione, le scosse successive. Il terrore ti fa fare quel che non dovresti, quel che le letture recenti sconsigliano; l'istinto ti porta fuori, in giardino, alla mercé delle tegole che potrebbero caderti addosso, ma come stare in casa? Perché quel segnale che porta il nome della via ora sembra entrato, dentro, fuori che era? Prché la tua terra impazzisce, è davvero colpa degli uomini? Nulla di quella scena ti lascerà più, camminerà con te per 5 anni, per il sempre che il destino ci riserva. E sopra a tutto, comunque, il cielo. A cui non sai come chiedere protezione, al quale comunque guardi mentre giorno per giorno provi a ripulire dallo sgomberabile, a salvare il salvabile, a creare di rametti in briciole un nuovo nido (l’assiolo ci pensa da solo): a ricomporre il quadro di una diversa resistenza ed esistenza possibile. Anche se i giorni paiono avvolti da un colore/non colore: un non/futuro, che invece qui c’è.
“Grazie alle rate avevamo la cucina bianca,/il lampadario a gocce, le tende del salone/la culla di Roberto con tre mesi di anticipo/Abitavamo già la nostra tomba/dandole un altro nome”. Ma da un tetto squarciato entra una luce così intensa, che la fine non può essere l’ultimo verso della Spoon River di Maria Luisa Spaziani. Passa una sfumatura diversa, qui in Emilia. Si ha coraggio e immaginazione, persino un pizzico di sorte rispetto a quanto successo altrove, di pari o peggio: piano piano la sfumatura diventa azzurra, quasi blu, oltre il grigio. Forse l’azzurro che Chiesi fonde ad abbracciare le nuvole e pervadere: il tutto e per sempre. Perché pur e per sempre si tratterà “di costruire quello che verrà, con materiali fragili e preziosi, senza sapere come si fa”: parole sante di Vasco Brondi (ferrarese tra la terra, l’Emilia, la luna) cantando di un amore fra donne, magari più difficile da (ri)costruire che una scuola, una fabbrica, una casa, una chiesa (le chiese poi, dopo: perché, vivaddio, si può pregare anche all’aperto, sotto il cielo, ogni stella un santo che ti guarda. Era giusto così, eppure ora è tempo: anche delle chiese). Perché ogni giorno ha e avrà i suoi terremoti, pubblici e privati: le sue polveri e il suo sangue. Le viscere della terra e di te stesso che solo con lo strazio, pare dicesse Freud, potrai vedere. Perché la ricostruzione ha un inizio e non ha una fine, ma un filo che la sostiene come il battipanni rimasto appeso, lassù, a destra nel quadro. Ha disciplina, rigore, come la tecnica minuziosa, non replicante di Chiesi. E questo Paese sbregato, nel 2012, non aveva neppure una disciplina della ricostruzione, una tecnica della rinascita, una legge che ne arginasse il fango sul fango.
L’Emilia doveva allora guardare e ancora oggi guarda solo al suo cielo: a sé stessa. Come a un’opera d’arte, costruita e mutata nel tempo, eterno e improvviso. Perché secondo Paul Klee “l’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che a volte non lo è”: un assiolo in volo nascosto nel cielo, un bambino (unica forma di controllo dal panico, i bambini, quel giorno, con il loro disincanto) che lo cerca sopra le rovine dei tetti e degli animi. Un bambino di 5 anni, che non finirà mai di ricostruire, forse perché in fondo è un superpotere essere vulnerabili (cit.). Un bambino che si chiama Emiliano.