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L’estate di Mirandola, rossa come le mura di Marrakech 

Figlia di due mondi, la scrittura in dono e migliaia di seguaci sul web “Papà parlava in modenese, ma solo il terremoto ci ha uniti davvero”

MIRANDOLA.  «Portiamo sulle spalle la storia di padri coraggiosi, a volte incoscienti, che hanno sfidato la paura, simile a quella che nel secolo scorso ha portato gli italiani a rincorrere l'American Dream» dice Fatima Bouhtouch, classe 1994, nata a Mirandola, con nel dna la bellezza morbida e profumata di spezie del Marocco e qualche migliaio di seguaci su Facebook, ché di post scritti come li scrive lei, saturi di tanta poesia e grazia, se ne trovano pochi.

«Mi è servita una manciata di anni prima di accettare del tutto la mia identità» sussurra.
«Mi ricordo un giardino che mi pareva enorme e che anni dopo si è rivelato largo tre passi e lungo due. Tra quelle erbacce e quelle mattonelle scrostate facevo scorrere biglie e trottole, gareggiando con cugini e vicini. Eravamo tutti figli di due mondi, tutti nati da immigrati e tutti incapaci di destreggiarci perfettamente tra due spessori culturali e linguistici differenti. Siamo cresciuti calciando un pallone che chiamavamo “Kora”, in marocchino, sotto balconi su cui stavano stesi vestiti freschi di bucato e parabole arrogantemente piazzate per catturare canali arabi, collezionando lumache e lombrichi e sporcandoci le unghie di terra».

«Ho dovuto aspettare la prima elementare per innamorarmi follemente della lingua italiana - continua Fatima – Ricordo la pazienza con cui la maestra Robby evidenziava di giallo le righe sul mio quaderno, per insegnarmi a scrivere dritto. Mi rimproverava se sbagliavo più di due volte di seguito premiandomi se rispondevo bene anche solo una volta. Il mio cervello si è trasformato in una rete collosa, avida di parole e termini che non vedevo l'ora di rimaneggiare sui fogli. Nello stesso tempo il mio viso marcatamente mediterraneo e il mio cognome più difficile di altri mi trasformava in bersaglio facile. “Marocchina”, detto in tono dispregiativo, e “Tornatene al tuo paese” erano all'ordine del giorno. Le supplenti che incespicavano nel mio nome mi mettevano in imbarazzo. Così come mia madre, col foulard colorato all'uscita da scuola, era una fonte di disagio immeritato, infondato. Ogni spicchio del mio bagaglio genetico mi stava stretto, eppure ne ero innamorata, così com'ero innamorata dell'Italia. Ho passato anni a chiedermi se mi amasse altrettanto. Oggi credo che bisogna dare senza pretendere di ricevere. Vorrei soltanto rispetto, è un diritto. Così diceva anche papà, in un dialetto modenese che faceva rimanere a bocca aperta gli anziani del paese. “Somiglia al francese”, spiegava lui, “è stato facile”. In realtà, niente è stato facile, ma gli piace far credere il contrario».

«L'estate era rossa, come le mura di Marrakech con sere calde e secche, come i datteri con cui si rompe il digiuno durante il Ramadan. Mi chiedevo per quale ragione mio padre avesse abbandonato tanta meraviglia per rifugiarsi nella provincia emiliana. “Per darti la possibilità di studiare al meglio e di essere quello che vuoi”, mi aveva risposto. Mi chiedo se ne sia valsa la pena. Solo il dolore comune ci ha uniti tutti, solo quel terremoto che ha mangiato viva la Bassa modenese».

«Alle scuole medie – conclude Fatima – all’inizio legavo solo con gli stranieri, come Lina, nata a Pechino, piombata a Napoli e ritrovatasi in provincia di Modena. O Kumar, con i genitori pregni d'India e la pelle che risaltava sul muro bianco sporco delle pareti dell'edificio. Mi hanno salvata Montagna, professoressa di italiano, e Ferraguti, insegnante di matematica. Non mi hanno mai considerata incapace di comprendere l'italiano a prescindere, né riservato

un trattamento speciale. Mi hanno semplicemente inclusa, nella maniera più spontanea possibile. Alla fine della terza media, la prof Montagna mi ha chiesto di non smettere di scrivere e io non ho smesso, glielo dovevo e ne parlo dicendole, ancora, grazie».
Monica Tappa

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