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Modena, delitto alla Crocetta: "L'ho ucciso, anche lui era contaminato"

Verona Popescu nell'interrogatorio ha spiegato l'evirazione del compagno: "Così si potranno analizzare sperma e sangue"

MODENA. Un omicidio efferato, almeno otto coltellate, seguito dall’evirazione, commesso in casa, in un appartamento di via Mar Adriatico. Subito dopo l’immediata confessione e la resa alla polizia, che la stessa omicida ha chiamato dopo essersi lavata e cambiata e che ha atteso guardando la tv. Eppure per Verona Popescu il compagno, Claudio Palladino, era l’amore della sua vita. Era stato un colpo di fulmine, un’attrazione e un amore che erano scoppiati con forza e che non erano diminuiti, non si erano distrutti nel corso dei quattordici anni della loro relazione. Così la donna 50enne, senza quasi emozionarsi più di tanto, anzi quasi serena nel raccontare, ha spiegato agli inquirenti il rapporto che aveva con il suo compagno, quel 63enne manager della Manitou di Castelfranco che ha ucciso con almeno otto coltellate e che ha evirato, mettendo poi i genitali nel frigo, avvolti in un sacchettino di plastica riposto su un piattino da caffè. Ma perché allora l’omicidio, perché uccidere l’uomo della sua vita? E perché infierire con l’evirazione?


Come abbiamo riferito, la donna ha fornito spiegazioni sconclusionate, frammentarie ma è emersa una “filosofia” di fondo alle sue paranoie: «C’erano dei nemici che stavano complottando per sovvertire l’ordine del mondo, gente che vuole far trionfare il male. Tutto era nato con il nazismo, con le SS e stava continuando ancora: persone, ovvero quei “loro” che stanno inquinando i cibi, l’acqua e l’aria per avvelenare piano piano i popoli e poi annientarli o soggiogarli». “Loro” erano diventati una ossessione e “loro”, in sostanza le avevano fatto il lavaggio del cervello e per colpa “loro” lei ha agito così, sopraffatta, resa fragile dal nemico che vedeva ovunque. Queste le paranoie di Verona Popescu, ossessioni che lei, schiva e riservata, non esternava in modo evidente ma di cui era a conoscenza Claudio Palladino e anche il figlio di lei di 21 anni. Il suo compagno, da quanto è emerso, aveva iniziato un po’ a preoccuparsi di quelle che lui definiva “fisime”, le aveva consigliato di farsi curare. Il medico di base non aveva notato segnali forti di squilibrio, fisicamente la donna era a posto. Eppure lei raccontava «che ormai il nemico la stava contaminando, che aveva delle macchie, delle punture sulla pelle dovute all’inquinamento dei cibi».


All’alba del 23 giugno, quando lei si era alzata per preparare da mangiare (pasta sfoglia e wurstel) pare che tra i due fosse nata la “solita” discussione. Lui, ancora a letto, aveva sentito lei che parlava delle solite “fisime” e l’ha sgridata, lei allora ha preso il pentolino che aveva sul fuoco, pare olio o forse acqua, e ha gettato il liquido caldo in faccia a Claudio. Lui si è alzato, lei ha preso il coltello con cui stava preparando la colazione e c’è stata una colluttazione: ha iniziato a colpirlo, con pugnalate e fendenti. Lui, come hanno udito i vicini, ha urlato «non mi accoltellare, così mi ammazzi». Poi si è accasciato dentro al piccolo bagno, col viso in su, morto. Ed è stato evirato. Verona Popescu avrebbe detto di aver agito in questo modo affinché si potessero analizzare lo sperma e il sangue del compagno perché ormai anche lui era “contaminato”, «cominciava a presentare segnali dell’azione degli inquinatori, dei cattivi». Per questo lui non le credeva più, iniziava anche lui a trasformarsi in un nemico.

E piangendo, ha detto di temere che «questa contaminazione possa diffondersi anche a suo figlio e a sua madre». L’avvocato difensore chiederà una perizia psichiatrica e una misura alternativa al carcere. Domani si terrà l'interrogatorio di garanzia e martedì verrà effettuata l'autopsia.

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