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«Industria 4.0? Non è nulla senza l’apporto di uomini»

«Nessuna rivoluzione tecnologica se non c’è il cambiamento delle persone» «Opportunità da cogliere ora: abbiamo 4 o 5 anni ma l’Italia è all’ultimo posto»

Detto così, può voler dire tantissimo, ma anche nulla. E allora bisogna dirlo bene, perché lì dentro ci sono delle possibilità enormi, sempre che riusciamo a sfruttarle.

Occorre dire, prima di tutto, che il cambiamento non è solo quello delle macchine, ma delle persone: la rivoluzione è industriale, certo, ma senza il contributo degli uomini e delle donne che fanno vivere le imprese, anche la tecnologia più innovativa perderebbe di senso. Storie che ieri si sono incrociate a Modena, nella sede Ucima (Associazione delle aziende di packaging) di Baggiovara, dove i manager di Ibm e Cisco hanno parlato agli imprenditori sul tema “Industria 4.0 - il momento è adesso”. Il convegno era organizzato da Repubblica Affari&Finanza e da Digital Magics, il principale hub italiano per l’innovazione digitale, nell’ambito degli appuntamenti del roadshow su questi temi.

E a ribadire che al centro della rivoluzione ci sono gli imprenditori è stato Luigi Gia, caporedattore di Repubblica Affari&Finanza, che ha coordinato l’incontro, davanti a un centinaio di imprenditori: «Industria 4.0 può voler dire tutto e nulla - ha detto - ma soprattutto a fare la differenza è il fatto che questo concetto sia accompagnato dal cambiamento delle persone, senza il quale non può esserci una vera rivoluzione tecnologica. La tecnologia, infatti, sta prima di tutto nelle nostre teste, e siamo noi a decidere cosa farne e come usarla».

Marco Gay, vicepresidente di Digital Magics, ha sottolineato l’importanza della seconda parte del titolo del convegno, “Il momento è adesso”: «Questa rivoluzione, a differenza delle altre, avviene in quattro o cinque anni, che è il tempo che noi abbiamo per cogliere questa opportunità. Una rivoluzione che vede l’Italia partire dall’ultimo posto, ma qualche vantaggio lo abbiamo: partire per ultimi vuol dire iniziare dalle esperienze che abbiamo, reinterpretando il concetto di impresa e trovando la via italiana all’Industria 4.0. Del resto noi abbiamo un valore aggiunto - ha detto ancora il vicepresidente - che si chiama “made in Italy”, e che se fosse un brand sarebbe il terzo al mondo. Insomma, questa rivoluzione può rappresentare una grande opportunità, a patto che capiamo che il cambiamento industriale conta poco se non è il capitale umano a cambiare: tutta la tecnologia che possiamo mettere in azienda non ha valore se non abbiamo persone in grado di farla funzionare al meglio». La parola è quindi passata ad Alberto De Angelis, strategics and growth initiatives leader di Ibm Italia: «Anche l’Ibm è una storia di innovazione ultracentenaria - ha spiegato - con sei miliardi di dollari attualmente investiti nel mercato della ricerca e sviluppo. Oggi non c’è un consiglio direttivo in cui il tema dell’utilizzo del digitale non sia presente: capire come l’industria italiana oggi possa evolvere grazie al digitale è il punto di partenza per tutti».

Il dirigente di Ibm ha però precisato che nell’Industria 4.0 «la dimensione dell’azienda e il settore non contano: i dati sono come le emozioni, che vanno tirate fuori per essere gestite e analizzate. Uno dei pilastri di questa rivoluzione è il concetto di intelligenza artificiale, ma io preferisco dire “artificio intelligente”: per noi si tratta di un aiuto all’uomo, un’“intelligenza aumentata”. Perché il computer non potrà mai superare l’uomo: la vera novità è cosa oggi un computer può fare, che qualche anno fa non poteva fare. Oggi siamo di fronte a una straordinaria opportunità: siamo ultimi, e quindi il primo punto è non farsi doppiare».

«Molto spesso - ha concluso il manager - ci troviamo
di fronte a situazioni aziendali in cui ci sono ostacoli a intraprendere un nuovo cammino, magari nascondendosi dietro a problemi infrastrutturali. In realtà una soluzione la si trova sempre: bisogna capire quali sono le esigenze e i bisogni di un’azienda, e da lì costruire il percorso».

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