Quotidiani locali

«Le imprese locali ignorano i giovani e non innovano»

Dure critiche dei docenti universitari Alleva e Giovannetti «Si punta su lavoratori atipici e non si investe sui ragazzi»

Meno investimenti producono più fragilità. Meno tutele causano più ricatti. Le equazioni illustrate mercoledì sera in sala Ulivi all’incontro “I giovani e la questione del lavoro” organizzato da la Brigata delle Idee, in collaborazione con la rete degli Studenti, l’Udu e Movimento Giovanile della Sinistra, sono semplici e dissacranti. «Le imprese modenesi non hanno investito sull’innovazione, diventando sempre più piccole e fragili», esordisce Enrico Giovannetti, docente di economia dell’università di Modena e Reggio. Dati della Camera di Commercio mostrano che «gli investimenti a Modena dal 2000 al 2008, ovvero negli anni prima della crisi, non sono cresciuti. Sono cresciuti gli acquisti degli immobili e di altre destinazioni, traducibili come speculazione finanziaria. Gli investimenti nelle macchine sono in calo, nonostante siano un pivot per il nostro territorio».

La conseguenza è presto detta. «Dal 2001 al 2011 le imprese sono diventate sempre più piccole e quindi più fragili - riprende Giovannetti - cedendo potere alle capofila delle filiere». Ne fanno le spese i lavoratori. «Nei comparti manifatturieri la figura del lavoratore atipico è usata soprattutto nelle linee di confine tra piccole e medie imprese, tra medie e grandi - prosegue il docente - e quindi non c’è la spinta verso la crescita degli investimenti». La disoccupazione giovanile si riflette nel settore affrontato dallo studioso.

«Nel 2000 i picchi di occupazione nella manifattura erano rappresentati dai giovani (oltre il 15%) e dagli anziani (meno del 25%) - spiega il docente - mentre nel 2011 i giovani sono spariti e l’unico picco è rappresentato dagli anziani (oltre il 30%)». «L’impresa si è deresponsabilizzata e va avanti con il lavoro in affitto», afferma Piergiovanni Alleva, docente del diritto del lavoro all’ateneo di Bologna. Alleva analizza diverse forme di precariato: il lavoro parasubordinato («una delle invenzioni più ipocrite»), il contratto a chiamata («il ricatto elevato a istituto giuridico»). Nell’occhio del ciclone i riformatori degli ultimi vent’anni. Si passa da Treu «che sosteneva il lavoro interinale è normale, efficace, semplice e ragionevole…» a Renzi «che ha devastato gli ammortizzatori sociali (senza dimenticare Jobs Act e articolo 18)» e Poletti «che, cancellando le causali, ha reso il lavoro libero tra libere volpi e libere galline».

Per Alleva «se fosse valso prima il criterio “fabbrica ferma uguale fabbrica morta” non ci sarebbero più la Fiat, l’Ansaldo, la Fincantieri…». Da consigliere regionale de L’altra Emilia Romagna e assicura che «tornare indietro si può: è questione di volontà politica». «Più il lavoro è stabile, meno è il rischio di essere sottopagati», interviene Alberto Zini, docente Unimore di amministrazione delle relazioni del lavoro. Zini cita uno studio Ocse secondo cui «un lavoratore su dieci in Italia guadagna il 20% in meno del minimo previsto da contratto». Senza dimenticare
l’invecchiamento della popolazione per cui «nel 2065 ci saranno gli stessi abitanti in Italia che c’erano negli anni 50. Tra il 2015 e il 2030 ci saranno 5,1 milioni di cittadini oltre i 55 anni in più e diminuiranno di 2,5 milioni i giovani tra i 15 e i 24 anni». (g.f.)

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