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Traslocano alla Casa della Carità per vivere assieme ai bisognosi

L’esperienza di alcune famiglie sassolesi: tre mesi in un alloggio della struttura con i figli e pure il cane «Si diventa parte di una comunità. Esperienza coinvolgente: quando finisce è come tornare al freddo»

Chiudere casa, fare le valigie e andare a vivere per tre mesi alla Casa della carità. Tutta la famiglia, compreso il cane.

Non è un’esperienza semplice e di certo non tutte le famiglie si sentirebbero di farlo, ma è il progetto in corso alla Casa della Carità di Sassuolo.

“Di casa in casa” è un’idea nata e cresciuta da quattro famiglie, i due parroci e la suora attualmente responsabile della Casa. Queste Case, diffuse soprattutto in Emilia Romagna, si occupano di dare ospitalità, aiuto e sollievo a persone con gravi difficoltà di tipo fisico, psichico o sociale.

Due famiglie hanno già fatto questa esperienza: tre mesi a vivere nella Casa, in un appartamento realizzato appositamente, all’interno della struttura ma sufficientemente autonomo da poter continuare a condurre la propria vita di sempre, seppure fondendosi e confrontandosi ogni giorno con le realtà forti e difficili che vivono qui.

«Nel 2014 abbiamo fatto un capitolo che ha riorganizzato le Case della carità – spiega nei dettagli suor Katia – e ci è stato dato mandato di trovare un modo per rafforzare la nostra Casa all'interno del tessuto cittadino locale. L’idea iniziale era coinvolgere più gente dei comunque numerosi volontari che ci danno una mano, anche perché le Suore della Carità sono sempre meno e non riescono a farcela da sole. Ma questa esperienza che abbiamo lanciato a Sassuolo si è trasformata subito in qualcos’altro: il punto centrale è diventato la condivisione della spiritualità della Casa, non la sua gestione».

L’iniziativa è partita coinvolgendo quattro famiglie che hanno manifestato interesse per il progetto.

Poi è stata lanciata nelle parrocchie, in particolare nelle Unità pastorali Madonna del Carmelo e Sassuolo centro.

Altri hanno già dichiarato il loro interesse per questa esperienza: il 2018 è già tutto coperto, quattro famiglie si alterneranno per tre mesi ciascuna.

Fabio e Silvia, con i loro quattro figli Tommaso, Nicola, Alice e Anna, sono stati primi a entrare nella casa nell’aprile 2017, lasciandosi alle spalle la loro abitazione e la loro vita di tutti i giorni.

Adesso sono fuori, a settembre è arrivata un’altra famiglia.

«Per prima cosa abbiamo proposto questa esperienza ai ragazzi – spiega Silvia – e il loro primo parere è stato negativo, specialmente per i più grandi. Poi quando hanno capito che niente cambiava della loro vita, dalla scuola agli amici alle loro attività, hanno acconsentito. L’ingresso nella casa è molto soft, hai un appartamento privato, vivi, lavori e studi come prima, sta a te decidere se e quanto mescolarti alle vite e alle esperienze che sono qui dentro. Ma il cambiamento avviene, le conoscenze ti segnano e ti modificano naturalmente, in famiglia, dove fai un’esperienza forte e collettiva e nelle singole persone. Entrare è soft, uscire è stato come tornare fuori al freddo».

«Per il primo mese – spiega Fabio – i residenti della casa ci hanno in effetti trattato come ospiti. Poi siamo diventati parte della famiglia allargata e l’arricchimento per tutti noi è stato esponenziale».

Mauro e Alessandra, con Samuele, Lorenzo e Sara, sono nella casa ora e stanno per concludere la loro esperienza, prima di Natale: «Nei nostri ragazzi abbiamo visto cambiare tante cose, anche a livello famigliare è stato importante perché questa esperienza vissuta insieme li ha fatti aprire. Siamo riusciti a comunicare con loro molto di più e li abbiamo visti crescere anche nel rapporto con le altre persone, anche quelle che risiedono qui che hanno tante difficoltà ma anche tantissimo da dare. Non è uguale per tutti, ma ognuno trova la sua dimensione nel rapporto con gli ospiti e ne ha beneficio».

Anche per i residenti della casa l’incontro è importante: «Loro – commenta suor Katia – hanno dimostrato un’apertura e capacità di accoglienza che ci ha stupiti. Sono venuti fuori in tutti i loro aspetti, positivi e negativi con grande sincerità. Alla Casa della carità vivono persone con difficoltà, in alcuni casi non autosufficienti. C’è bisogno sempre, dalla alzata del mattino ai pranzi, fino a sera. Ci sono volontari e gruppi che quotidianamente o a turno prestano
la loro opera e adesso ci sono anche famiglie che, bene o male, resteranno legate alla casa e daranno una mano. Ma chiunque è bene accetto e può trovare una dimensione di servizio e anche spirituale di cui fare tesoro, vivendo in una comunità certamente particolare ma ricchissima».

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