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Emilio Mattioli padre dell’arte  del tradurre Raccolta dei suoi saggi

Emilio Mattioli padre dell’arte del tradurre Raccolta dei suoi saggi

Un libro edito da Stem Mucchi e curato da Antonio Lavieri «Lezioni interdisciplinari a tutto campo, per me un maestro» 

“Si può tradurre?” ma soprattutto “Come si traduce?” e “Che senso ha il tradurre?”. Sono domande alle quali Emilio Mattioli (1933 - 2007, della “scuola” di Luciano Anceschi, si è impegnato a dare una risposta con i suoi profondi saggi, con la rivista “Testo a fronte” di cui è stato cofondatore e condirettore, e durante le lezioni come docente di estetica alle Università di Palermo, Cosenza e Trieste. E quella sua acuta riflessione su “Il problema del tradurre” emerge nella raccolta di saggi del volume di Stem Mucchi, a cura di Antonio Lavieri, pubblicato in occasione del decimo anniversario della morte avvenuta ad Ancona, dove lo studioso modenese si trovava in vacanza. Della dimensione umana e culturale di Mattioli parla Lavieri, docente di linguistica francese all'Università di Palermo, dove nel 1992 e 1993 ne è stato allievo.

Cosa ricorda, in particolare, del maestro?

«Rigoroso quanto sensibile e aperto, Mattioli dimostrava grande competenza e molto entusiasmo. Tante le occasioni per discutere, fare progetti insieme e scoprire nuove cose. Sapeva coinvolgere le persone. Aveva un'ampia visione delle cose, anche del tempo delle parole. Per me è stato un padre spirituale. Profonda la mia stima nei suoi confronti e il rapporto umano è continuato anche quando il professore lasciò Palermo per l'Università della Calabria. Nel tempo c'è stata una bellissima corrispondenza cartacea».

Quale significato acquista “tradurre” per Mattioli?

«Tradurre era per Emilio il centro delle problematiche culturali contemporanee, e non solo. Attraverso la traduzione ripercorre il rapporto tra tradizione e cultura del nostro tempo. Tradurre è il fulcro di tutte le attività scientifiche, culturali e sociali che possano interessare l'uomo, la chiave per comprendere l'attualità».

Perché sono fondamentali i suoi discorsi e contributi sul tradurre?

«Fondamentali perché Mattioli è il primo in Italia, con il saggio del 1965 “Introduzione al problema del tradurre” a reimpostare la questione, lo studio sulla traduzione. Quando quasi tutti gli studiosi erano permeati di teorie sull'impossibilità di tradurre, Emilio diceva che non ha senso chiedersi se la traduzione è possibile o no, anche perché si è sempre tradotto, né domandarsi che cos'è la traduzione. La domanda, invece, da porsi, è com'è la traduzione e come funziona il processo traduttivo. Ciò riguarda le modalità specifiche con cui i processi traduttivi agiscono in letteratura, in filosofia e come e perché queste attività influenzano l'essere umano».

E la sua lezione?

«Dal punto di vista didattico Mattioli era di una generosità straordinaria. Le cose che diceva erano estremamente serie e interessanti. Non ha mai avuto un'aria di autorevole accademico. Si appoggiava alla cattedra e talvolta scivolava. E ciò lo rendeva più umano. Non instaurava distanza con gli studenti. Aveva la capacità di uscire dal campo ristretto della sua specialità, del suo settore scientifico, disciplinare. Durante la sua lezione di estetica non parlava solo di filosofia, ma evocava linguisti, letterati, antropologi, poeti. Riusciva a creare delle reti intertestuali molto forti. Un'esperienza culturale a tutto tondo».

Perché Mattioli deve essere ricordato?

«Sono l'unico allievo che ha continuato l'interesse per la teoria e la storia della traduzione. E a Palermo è stata creata, lo scorso anno, la prima “Società italiana di traduttologia”
sulla strada aperta, più di 50 anni fa, da Mattioli che è uno dei padri del '900, figura autorevole, posta a capo per gli studi sul tradurre e per l'autonomia disciplinare della traduttologia. La sua impostazione resta assolutamente attuale, valida e imprescindibile».



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