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Che parola portiamo con noi nel 2018? Magari “gentilezza”
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Che parola portiamo con noi nel 2018? Magari “gentilezza”

Guardiamo avanti partendo dalle cose più semplici: ce lo insegnano i bambini A cominciare da Wonder, prima caso editoriale e oggi acclamato al cinema

Parola d'ordine: gentilezza. Sembra essere questo il messaggio che il 2017 vuole portare con sé nel 2018. E lo fa con uno dei film di Natale che da qualche giorno è finalmente in programmazione in tutte le sale cinematografiche italiane. Si chiama Wonder. Se qualcuno non ne ha ancora sentito parlare o non ha la televisione o è molto lontano dal mondo dell'editoria e salta a piè pari anche i corridoi con i best sellers dei supermercati o non ha ragazzini di età compresa tra gli otto e i dodici anni (più o meno) o tutte queste cose assieme.

Wonder infatti nasce come romanzo, è stato pubblicato in Italia da Giunti nel 2013, acclamato come “caso letterario dell'anno” a livello internazionale e ha conquistato praticamente tutti quelli che lo hanno letto. O meglio, quasi tutti, a qualcuno, ovviamente non è piaciuto, ma la maggioranza lo ha adorato e il passaparola è stato velocissimo e inarrestabile.

La storia, come accade spesso nelle pubblicazioni destinate a bambini e ragazzini in questi ultimi anni, tocca i temi del bullismo, dell'emarginazione, dell'inclusione, del valore della differenza, del concetto di diversità.

In questo caso il protagonista, August detto Auggie, è un ragazzino di una decina d'anni, affetto dalla sindrome di Treacher – Collins, una rara malattia che trasforma il volto in una maschera picassiana, in un viso dai tratti “mostruosi” e deformati. “So di non essere un bambino normale. Ho subito 27 operazioni. Mi sono servite per respirare, per vedere, per sentire senza un apparecchio, ma nessuna di loro mi ha dato un aspetto normale” dice lo stesso Auggie nel film. Dopo anni trascorsi a casa per lui è arrivato il momento di andare a frequentare la scuola pubblica.

Preparare i fazzoletti è d'obbligo perché il film tratto dal romanzo di R.J. Palacio, diretto da Stephen Chboskye, che vede protagonisti Jacob Tremblay nei panni di Aggie e Julia Roberts e Owen Wilson in quelli dei suoi genitori, è un contenitore perfetto di buoni sentimenti, speranze, aspettative deluse, cattiverie gratuite, amicizie improvvise, cambiamenti, consapevolezza, difficoltà e legami. Per i ragazzi è una cassa di risonanza che ben rappresenta e amplifica quel loro periodo fragile e delicato di crescita in cui si sentono “bolle”, “estranei”, incompresi dal mondo (e in buona parte anche sconosciuti a se stessi).

Non serve certo essere affetti da malattie rare o menomazioni, per sentirsi esclusi. Se ne parla sempre troppo poco. O forse se ne parla tanto ma si agisce ancora troppo poco, chissà...

La gentilezza, si diceva. Il tema ritorna anche in altri saggi, come quello scritto da Cristina Milani (neo eletta presidente del World Kindness Movement) “La forza nascosta della gentilezza” (sottotitolo: il potere dei piccoli gesti che fanno star bene noi e gli altri) pubblicato in novembre da Sperling & Kupfer, (17,90 euro). Qui si legge che è anche e soprattutto questione di allenamento, non è scontata, non è automatica, la gentilezza, ma è «un fluido che olia gli ingranaggi della comunicazione» e rende il mondo migliore. Una scelta, quindi. Ovvero proprio quello che dice anche Summer (Millie Davis nel film Wonder) “Quando ti viene data la possibilità di scegliere se avere ragione o essere gentile, scegli di essere gentile”, .

Imparare a volersi bene, mettersi nei panni dell'altro, saper chiedere scusa, avere cura di ciò che ci circonda, saper ascoltare, creare ponti e non innalzare barriere, fanno parte di una educazione tutta da coltivare. Soprattutto in questo
momento storico che sembra considerare competizione, arroganza, menzogna, inganno, pregiudizio e arrivismo i termini vincenti del quotidiano e – ahimé - della felicità. Eppoi che cosa curiosa, assomiglia molto anche al comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso” la gentilezza.

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