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La Castelfrigo sui tavoli dell’Antimafia

L’impegno dell’onorevole Giuditta Pini consentirà alla commissione parlamentare di setacciare le carte sulle false coop

CASTELNUOVO. La vicenda della Castelfrigo arriva in Commissione Antimafia. Le motivazioni che hanno portato allo sciopero più lungo mai avvenuto in Emilia Romagna saranno infatti al vaglio della Commissione Parlamentare che nei prossimi mesi dovrà accertare cosa sia accaduto all’interno dell’azienda e delle coop appaltatrici. Grazie all’impegno dell’onorevole Giuditta Pini (Pd) tutta la documentazione che in questi mesi è rimasta sul tavolo della Commissione è stata adesso desecretata e si dovrà a questo punto attendere la costituzione del nuovo Governo e della nuova Commissione per far partire i lavori. I fascicoli desecretati, firmati anche dal senatore Stefano Vaccari, fanno riferimento al dossier della Flai Cgil Emilia Romagna che racchiude non solo la ricostruzione di quanto avvenuto in questi anni alla Castelfrigo ma anche le denunce degli ex soci lavoratori delle due coop appaltatrici, la Work Service e la Ilia D.A., il tutto supportato dagli articoli della Gazzetta, che hanno raccontato la vicenda. Già lo scorso novembre il deputato Davide Baruffi si era interessato della vertenza con una interrogazione urgente al Ministro del Lavoro Giuliano Poletti il quale, rispondendo, aveva esplicitamente parlato «di numerose violazioni della normativa in materia di lavoro e legislazione sociale e significative evasioni contributive». Più di un milione di contributi evasi, 560mila euro di sanzioni civili e amministrative e “abuso della forma giuridica di cooperativa e dei suoi scopi mutualistici”: furono questi i risultati dei controlli svolti tra il gennaio 2016 e il maggio 2017 dall’Ispettorato del Lavoro nei confronti della Castelfrigo e delle quattro coop che a partire dal 2011 hanno lavorato al suo interno, ovvero la Work Service, Ilia D.A, Framas ed Elios M.G., tutte appartenenti al Consorzio Job Service dei fratelli Domenico e Luigia Melone. Sono tre i punti su cui potrebbe lavorare la Commissione allo scopo di accertare se all’interno della Castelfrigo e del Consorzio ci siano le condizioni per parlare di infiltrazione mafiosa. In primo luogo il fenomeno del “nuovo caporalato” tante volte denunciato dagli stessi lavoratori che in questi mesi hanno raccontato le loro condizioni di lavoro: orari massacranti, trattamento discriminatorio e la figura dell’albanese Ilia Miltjan, conosciuto come codino, che oltre ad essere uno dei fondatori del Consorzio Job Service ed essere stato coinvolto in una maxi-operazione di traffico internazionale di stupefacenti, viene riconosciuto dai lavoratori come il “caporale della Castelfrigo”.

Anche l’aspetto economico interno al Consorzio, tuttavia, non è da sottovalutare: ad oggi, infatti, non si sa che fine abbiano fatto i milioni di euro evasi ed anche l’utilizzo di prestanome a capo delle coop potrebbe condurre la Commissione a svolgere ulteriori accertamenti.

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