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Gli internati modenesi nei lager: «Non si deve dimenticare»

Nella celebrazione del Giorno della Memoria, medaglia d’oro a chi fu rinchiuso e il ricordo degli ebrei che hanno vissuto sulla propria pelle la persecuzione

Modena, il ricordo di Mons.Solmi, figlio di un deportato nei lager MODENA. E' il vescovo di Parma, il modenese Enrico Solmi, a ricordare l'orrore dei lager. Lui, figlio di Antonio, deportato nei lager, uno tra gli ultimi internati modenesi ancora in vita, ha raccontato l'orrore dei campi di concentramento per celebrare il Giorno della Memoria. Video di Benito Benevento. L'articolo

MODENA. La Prefettura e la comunità ebraica di Modena e Reggio Emilia hanno celebrato il giorno della memoria per ricordare lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico. Un appuntamento importante, come ha introdotto il prefetto di Modena Maria Patrizia Paba: «Ringrazio tutti i relatori e i presenti per aver reso possibile questa giornata, realizzata insieme alla comunità ebraica». Il prefetto ha sottolineato non solo l’importanza di ricordare ma soprattutto il ruolo dell’Italia: «Dobbiamo essere fieri che in questo paese cinque anni prima che l’ONU designasse la giornata della memoria, la Repubblica Italiana lo aveva già fatto, un vanto per l’Italia».

La comunità ebraica modenese, rappresentata dalla presidente, Tiziana Ferrari ha espresso l’apprezzamento per la commemorazione in prefettura che è stata l’occasione per consegnare la medaglia d’onore concessa dal Presidente della Repubblica ad Antonio Solmi, internato militare e a Donato Spina per il padre Nino Spina, anche lui internato militare.

Il figlio di Spina, visibilmente emozionato e commosso, ha rivissuto la storia del padre, che oggi non c’è più: «Mio padre non mi ha mai raccontato quello che era successo, lui diceva che era stato in guerra, che aveva avuto dei problemi, io ho saputo solo dopo la sua morte, quando ho avuto dei documenti da mia madre e quindi da lì ho appreso che lui era stato preso dalle truppe tedesche e portato in un campo di concentramento a Belgrado dove è rimasto due anni, dal 1943 al 45, quando è stato poi liberato dagli alleati».

Un riconoscimento sentito e apprezzato anche quello conferito ad Antonio Solmi, sempre con grande emozione, come racconta il figlio, il vescovo di Parma, monsignor Enrico Solmi: «Oggi è la giornata anche della giustizia per queste persone che sono state costrette, che hanno fatto una guerra che non hanno voluto, mio padre era un giovane allora che è stato portato in guerra e in un campo di concentramento». La cerimonia è stata anche l’occasione per ascoltare la testimonianza di Marta Affricano che è riuscita, con la sua famiglia, a sfuggire alla retata, avvenuta a Roma nel 1943 e a rifugiarsi presso una famiglia e successivamente un convento.

La signora Marta ricorda in particolare le scuole elementari e la divisione che c’era fra ebrei e italiani, due entrate separate e classi rigorosamente divise.

«Ormai è 50 anni che vivo a Modena ma ricordo molto bene la mia infanzia a Roma, la scuola, le sezioni diverse e poi la retata da parte delle SS del 16 ottobre del 1943 quando siamo riusciti a scappare e a trovare ospitalità presso una famiglia e poi nel convento delle suore spagnole fino all’arrivo degli alleati».

A ricordare poi quei terribili anni anche i racconti di chi, nel territorio modenese, porta avanti la storia che non deve mai essere dimenticata. Da Giuliano Albarani, presidente dell’Istituto Storico di Modena che ha ricordato l’ascesa in Italia, dalle leggi razziali alla Shoah, dalla discriminazione che ha portato successivamente alla segregazione e alla deportazione. Racconti e ricordi che sono arrivati anche dalla dottoressa Marzia Luppi, direttrice della Fondazione Fossoli di Carpi che ha rivissuto la costruzione della memoria a Carpi, dal campo di Fossoli fino alla decisione, negli anni Settanta, di fondare il Museo Monumento del deportato a Carpi, oggi un luogo importantissimo per la memoria. «L’idea è nata nel 1955 con il sindaco di allora, Bruno Losi che, insieme a varie realtà e associazioni e dopo aver ricevuto diverse lettere di persone che avevano avuto familiari durante la guerra a Fossoli, decise che era giunto il momento di ricordare i deportati nei lager».

Oggi in Italia ci sono parecchie iniziative dedicate alla memoria e luoghi diventati simbolo come appunto il campo di Fossoli e a Finale Emilia il cimitero ebraico come ha raccontato la storica Maria Pia Balboni, autrice anche del libro “Bisognava farlo”, dedicato proprio alle tragiche vicende degli ebrei sfollati a Finale e dell’aiuto di alcuni generosi finalesi tra i quali Don Benedetto Richeldi.
 

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