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Sabina, la mia vita dalla Forestale ai ricordi Olimpici

Valbusa ex campionessa dello sci di fondo vive a Sestola e indossa la divisa a Pavullo. «L’Italia può farci sognare»

PAVULLO. Anche se si è ritirata da quasi sei anni, la febbre olimpica Sabina Valbusa un po' continua a sentirla. Nonostante abbia cambiato totalmente vita e adesso si dedichi a piene mani al suo ruolo di vigilanza tra i carabinieri forestali di casa nostra. Sì, perché la campionessa dal 2012 (subito dopo l'addio agonistico) è di stanza in Appennino: prima a Montefiorino e poi, dal novembre 2016, a Pavullo, anche se abita a Sestola. Alla vigilia dell'inaugurazione di Pyeongchang (Corea del Sud), grazie alla disponibilità dell'Arma, fa il punto tra presente e passato.

Partiamo dall'oggi: com'è che una veronese di Bosco Chiesanuova viene a stare qui?

«Conosco l'Appennino da quando gareggiavo: d'estate venivo a fare gli allenamenti a Frassinoro e l'ambiente mi è sempre piaciuto moltissimo. Quando mi sono ritirata, ho deciso di cambiare completamente vita, alla ricerca di nuove sfide. E mi è stata data l'opportunità di entrare nell'allora Corpo Forestale, all'inizio a Montefiorino, che è vicinissimo a Frassinoro. Poi dal 2016 a Pavullo, ma mantenendo casa a Sestola, dove ho conosciuto e vivo col mio compagno Fabio, anche lui forestale. Da Bosco Chiesanuova, quando era chiaro, vedevo il Cimone guardando a sud. Adesso ci vivo attorno».

Un bel cambiamento, dal mondo dello sci a quello in divisa: se ne è mai pentita?

«No, lo rifarei anche oggi. Potevo rimanere nell'orbita della Nazionale, o allenare in qualche centro sportivo. Ma avevo voglia di rimettermi in gioco, di una sfida nuova. E l'ho trovata in questo lavoro che ogni giorno mi fa imparare e crescere. Ringrazio i colleghi per il loro sostegno, perché non è semplice passare da un mondo sportivo che, arrivati a certi traguardi, magari ti coccola un po', al mondo di tutti i giorni fatto di situazioni e problemi sempre diversi da affrontare».

Ma non avrà appeso lo sci al chiodo...

«Beh no, mi piace sempre sciare, e in particolare seguire i bambini e i ragazzi dello Sci Fondo Pavullese nelle splendide piste delle Piane di Mocogno».

Insegna a diventare campioni?

«In realtà sono sempre i bambini che insegnano qualcosa a noi. Io li sprono intanto ad essere un gruppo da piccoli, poi verso i 15-16 anni bisogna capire se ci sono vere doti di agonismo. Ma un passo alla volta: dico sempre ai bambini che io alla loro età arrivavo 50esima, poi è venuta la splendida medaglia olimpica».

Ecco, oggi cosa le resta delle Olimpiadi del 2006 in Italia?

«Al di là del risultato, il ricordo della squadra straordinariamente unita a cui davamo vita io, Arianna Follis, Gabriella Paruzzi e Antonella Confortola».

È stato il suo momento sportivo più bello?

«Uno dei più belli della mia vita. Ma ci metterei anche, oltre alle medaglie mondiali, la vittoria individuale nella gara di Coppa del Mondo a Pragelato (Torino) e la gara che mi ha permesso di andare a Vancouver 2010: la quinta Olimpiade me la sono dovuta tutta guadagnare».

Come vede la spedizione italiana in Corea?

«Può regalare grandi soddisfazioni dallo sci alpino allo snowboard, lo slittino, il pattinaggio, il biathlon, ma anche nel fondo, soprattutto gli uomini. La squadra femminile la vedo in tono minore, ma in un'Olimpiade tutto può succedere». Nostalgia nel guardare le gare? «Eccome, l'Olimpiade è

l'unico evento che mi fa davvero venire nostalgia. Perché è un'esperienza che ti prende completamente e ti arricchisce tanto. Ho visto che c'è un pattinatore 19enne, Matteo Rizzo, che ha origini di Lama Mocogno: gli faccio un grande in bocca al lupo».

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