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I green days di Simone Covili. La libertà: che era anche sbirciare gonne a pieghe

Dalle suore, ordine e rigore: cioè vedersi spegnere i sogni, fino a fuggire Scrittore e factotum, eterno “fuori posto”. Poi il suo primo racconto...

MODENA. «Sono geminiano doc nato all’ombra della Ghirlandina - dice sorridendo e senza nascondere nemmeno poi tanto l'orgoglio Simone Covili, che lavora nello Studio Covili 911 ma si definisce factotum e scrittore (e se lo volete incontrare andate stasera alla libreria Ubik alle 18) - anche se da cinque anni abito a Maranello, ma la residenza non l’ho cambiata».

«Sono nato il 12 febbraio 1977 (auguri tra due giorni, Simone!) - racconta - e ho trascorso i primi anni di scuola, asilo ed element ...

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MODENA. «Sono geminiano doc nato all’ombra della Ghirlandina - dice sorridendo e senza nascondere nemmeno poi tanto l'orgoglio Simone Covili, che lavora nello Studio Covili 911 ma si definisce factotum e scrittore (e se lo volete incontrare andate stasera alla libreria Ubik alle 18) - anche se da cinque anni abito a Maranello, ma la residenza non l’ho cambiata».

«Sono nato il 12 febbraio 1977 (auguri tra due giorni, Simone!) - racconta - e ho trascorso i primi anni di scuola, asilo ed elementari, tra le grinfie delle suore. Non è stata proprio una passeggiata per chi a casa aveva l'abitudine di arrampicarsi sulle librerie imitando l’uomo ragno... Se poi uno dei tuoi migliori amici era un dissidente come te, ogni giorno di scuola era una schermaglia. Ordine, rigore e cortili separati: da una parte giocavano i maschi dall’altra le femmine. E allora noi, curiosi, tra un partita di calcetto e l’altra, al suon delle musiche di Holly e Benji, progettavamo incursioni in territorio proibito ad ammirare le gonne a pieghe, rigorosamente sotto le ginocchia, che con evoluzioni e ruote si aprivano in ventagli a quadri come pavoni. Quell’attimo luminoso veniva sempre oscurato dalle dolorose tirate di orecchie delle Sorelle che limitavano la nostra libertà di sognatori. L’essere libero è sempre stato un elemento fondamentale, talmente essenziale da avermi spinto anche a scappare da scuola. Ricordo ancora la telefonata di mia nonna a mia madre, mica si aspettava che piombassi a casa sua. Non che avessi fatto molta strada, via Piranesi è vicinissima a via Cavazzi, sede del piccolo carcere che mi deteneva nelle ore diurne».

«Alle medie - continua Covili - tutto era diverso. Avevo pregato i miei genitori di mettermi in una scuola laica (questo fu un bene) e di farmi fare francese (e questo fu un male in un mondo anglofono). Non ho un buon ricordo delle medie, mi sentivo inadeguato e fuori posto. Tutti i miei amici avevano in testa solo il calcio, a cui ero allergico, e il mio ex compagno di bisbocce delle elementari si apprestava ad iniziare le superiori. Ricordo gli anni delle medie come un ritiro dagli altri per poter dar sfogo alle mie passioni, quelle che tutt’ora coltivo. A otto anni ho messo le mani sul mio primo computer, sul mio primo albo a fumetti di Iron Man e sulla mia prima macchina da scrivere (avere una stampante non era ancora così semplice). La prima cosa che scrissi era un racconto sulle avventure degli Exogini (alzi la mano chi non se li ricorda). Delle medie ho nitida l’immagine della mia prof di italiano, Vendramin, una pacca sulle spalle, l’inizio e la fine della guerra del Golfo. Poi le superiori, le compagnie, il Charlie, il Picchio e lo Snoopy. Una marea di chilometri di bicicletta per le vie del centro, le nottate al cinema Astra, Splendor e Capitol passate tra un film e l’altro senza soluzione di continuità. Le giornate a giocare di ruolo. Ma tutto questo - conclude - è un’altra storia».

Monica Tappa