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I Green Days di Gabriele Sorrentino: Come infilare i giocattoli nei racconti di bambino

I Green Days di Gabriele Sorrentino: Come infilare i giocattoli nei racconti di bambino

La passione per la scrittura ha vinto sull’idea di diventare un medico Ma che spavento quel giorno, chiuso in casa da solo con il forno acceso 

MODENA. “Sono nato a Modena il 14 maggio del 1976 – dice Gabriele Sorrentino, che l'anno scorso ha pubblicato il romanzo storico “Mvtina l'Alba dell'Impero”e quest'anno, con il collettivo XomegaP il distopico “I ribelli di Nuova Europa” e abitavo in via Giardini, al civico 2017, vicino alla Polizia Stradale. Il primo ricordo che ho è che mi ero chiuso nella cucina col forno in funzione. Avevo un caldo infernale e fuori dalla porta mia madre mi tranquillizzava mentre cercavano di aprirla. Poi sono sparite tutte le chiavi. Dopo quell’episodio le chiavi sono sparite da casa mia. Nello stesso condominio abitavano i miei nonni materni - Angiolina e Almerico - con la mia bisnonna Tina. Ci trascorrevo molto tempo e ci ho vissuto fino a quando ce ne siamo andati dopo la morte di mio nonno e, soprattutto, di mia madre. Quella resterà sempre la mia casa. All’epoca ero figlio unico; mia madre, Paola, lavorava in tribunale, mio padre, Alessandro, in una compagnia di assicurazione. Da lui ho preso l’amore per la storia, le città d’arte, i musei”.



“L'asilo era vicinissimo - continua Sorrentino - lo gestivano le suore francescane ma si cominciavano a vedere le prime insegnanti laiche; lì ho avuto i primi amichetti. Mi piaceva giocare a pallone e frequentavo il Parco Amendola (quello piccolo, che oggi è il Bonvi Park). Ma stavo volentieri per conto mio, soprattutto d’inverno. Inventavo racconti in cui cercavo di inserire i miei giocattoli, in modo più o meno sensato. Soprattutto, amavo leggere. Ho sempre letto moltissimo sin da molto piccolo”.



”Avevo il fiocco in prima elementare - ricorda - poi ho chiuso con grembiuli neri molto più anonimi. Ho frequentato le San Faustino, dove oggi c'è il foto museo Paninj, sino alla quarta, poi la quinta alle Leopardi. Mi piaceva andare a scuola, sono sempre stato un secchione. Avevo un maestro vecchio stampo, si chiamava Fernando, piuttosto ruvido però sapeva incantarci... Se ci raccontava una storia horror, ad esempio, spegneva le luci e leggeva a lume di candela. Nei temi ci dava lui una lunghezza minima e questo mi ha aiutato a imparare ad allungare un testo se necessario. Sognavo di diventare un calciatore ma ero decisamente più a mio agio con la scrittura. Risale a quegli anni il mio primo racconto: un fantasy, del quale ricordo solo la presenza di velieri che volavano grazie ad ali di angelo. Piacque molto al mio maestro che mi spronò a scrivere ancora”.



“Ho frequentato le medie alle Ruffini, dove oggi c’è il Memo, conclude Gabriele. Stavo abbastanza bene per conto mio; avevo però alcuni amichetti - uno di loro è ancora tra i miei migliori amici - con cui uscivamo, andavamo in sala giochi, al cinema, giocavamo a pallone e cominciavamo a esplorare il mondo dei giochi di ruolo. Avevo anche alcune amichette, ovvio! Leggevo molto e scrivevo racconti, proseguendo quel percorso iniziato alle elementari. Erano per lo più racconti di fantascienza, ricordo pochissimo di quei testi, figli acerbi delle mie letture di allora. Non vedevo, però, la scrittura come un lavoro e non credevo nemmeno che avrei fatto lo “storico”: all’epoca volevo ancora diventare medico. Avrei cambiato idea alla fine del liceo, dopo la morte di mia madre. Quell’anno, il 1993, ha segnato decisamente una cesura nella mia vita, qualcosa che mi ha fatto imboccare molte strade diverse da quelle che credevo”.

Monica Tappa
 

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