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Carpi, rifiutata in ditta perché indossa il velo

Giovane tunisina non ha trovato aziende disponibili a ospitarla per lo stage: «Comportamento incostituzionale»

CARPI. «Le aziende hanno rifiutato la mia candidatura per uno stage perché sono musulmana e indosso il velo. Predicano che l’Italia sia un paese libero, ma non è così. E ho paura di trovare un lavoro: so già che sarò discriminata per la mia religione».

A parlare è una giovane tunisina, che preferisce rimanere anonima. La studentessa, quando, durante gli studi alle scuole superiori è stato il momento di stabilire in quale azienda avrebbe frequentato lo stage, non sapeva che si sarebbe trovata di fronte a un’odissea. La giovane parla benissimo l’italiano e sogna un futuro nel mondo del marketing. Un futuro che vede tinto d’incertezza perché «se sono stata discriminata a questo livello a scuola, figuriamoci nel mondo del lavoro, con la competitività che regna, per giunta».

«Vedevo che tutti i miei compagni, chi addirittura due settimane prima della data di inizio dello stage, sapevano in quale azienda avrebbero frequentato quel periodo di una ventina di giorni che consente di impratichirsi con il mondo del lavoro - prosegue la studentessa - Io, invece, non ero ancora stata convocata per sapere i dettagli del mio periodo fuori da scuola, in azienda. Non mi avevano detto nulla, quindi, man mano che il tempo stringeva, ho avvicinato la prof responsabile del progetto e le ho chiesto perché gli altri fossero già stati avvisati e io no. Lei, non senza imbarazzo, mi ha risposto: “È il fatto del velo”. Io, inizialmente, non ci potevo credere. Ero tranquilla, non pensavo che ci fosse quest’eventualità... L’essere rifiutata per un’usanza della mia religione. Evidentemente ero troppo fiduciosa. A quel punto, mi trovavo a un bivio: se scegliere di fare lo stage in segreteria a scuola, ma quella mi sembrava una strada poco appetibile, oppure mettermi d’ingegno a cercare altro. Ho scelto la seconda possibilità e fortunatamente ho trovato una cooperativa sociale di Carpi che mi ha consentito di sperimentare la gioia del fare lo stage. Sono andata lì, quindi, ancora meravigliata per avere fatto così fatica a trovare qualcuno che mi aprisse la porta. In fondo, si trattava di una ventina di giorni, neanche un mese. Che danno avrei potuto arrecare alle aziende in cui avrei potuto muovere i primi passi del mio futuro, per capire meglio cosa voglio fare da grande? Non credo che per le ditte sarebbe cambiato qualcosa se mi avessero visto con il velo. Evidentemente c’è chi la pensa in modo diverso».

Questa studentessa ha due fratelli e vive a Carpi insieme ai genitori.

«Sono sicura che la fatica che ho provato per trovare un soggetto che mi facesse fare lo stage non sia che un assaggio in vista del mio futuro lavorativo - continua la studentessa - Non oso immaginare la quantità di porte che troverò chiuse di fronte a me. Vedo poche alternative, se non rimanere chiusa in un magazzino o svolgere mansioni poco qualificanti. Il mio sogno sarebbe affermarmi nel mondo del marketing. Non so se in Italia sarà possibile. E, d’altra parte, io sono musulmana: non voglio rinnegare la religione in cui credo perché qui non viene tollerata».

Questo caso

ha creato grande scalpore fra le coetanee musulmane. Sono numerosi, infatti, gli episodi di discriminazione. «Secondo la Costituzione dobbiamo essere tutelati, perché l’indossare il velo è un modo per rappresentare all’esterno la nostra fede religiosa. Spesso non siamo capite».
 

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