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Modena 8 marzo, l'appello alle donne: «Trovate il coraggio di denunciare»

La testimonianza di una ragazza molestata dal datore di lavoro. Oggi in piazza Mazzini l’Udi leggerà storie di modenesi

Violenza contro le donne, lo spot della Polizia

MODENA. Oggi Udi Modena sarà in Piazza Mazzini alle 18 per leggere alcune testimonianze di donne vittime di abusi. Ecco una delle tante donne che ha raccontato la propria, terribile esperienza.

«Tutto ha avuto inizio con un “Signorina può salire da me in ufficio a fine giornata?” “Certo, la raggiungo volentieri” ho risposto. Da lì a poco salutati i colleghi, ...

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Violenza contro le donne, lo spot della Polizia

MODENA. Oggi Udi Modena sarà in Piazza Mazzini alle 18 per leggere alcune testimonianze di donne vittime di abusi. Ecco una delle tante donne che ha raccontato la propria, terribile esperienza.

«Tutto ha avuto inizio con un “Signorina può salire da me in ufficio a fine giornata?” “Certo, la raggiungo volentieri” ho risposto. Da lì a poco salutati i colleghi, mentre salivo le scale, come un flash, mi sono balenate nella mente alcune frasi, pronunciate dal mio ‘direttore’ nelle pause pranzo, alla macchinetta del caffè, o durante le cene aziendali. I soliti doppi sensi, battutine gratuite e fuori luogo, ma che lì, per le scale, mi risuonavano come una premonizione…

“Ma non ci pensare neanche -mi sono detta- figurati, è da tanto tempo che lavori qui, sono solo apprezzamenti, complimenti, magari fuori luogo, ma niente di ché”. Sono entrata nel suo ufficio, mi sono seduta e abbiamo iniziato a parlare delle pratiche in sospeso, mentre lui, in piedi, continuava a girarmi attorno mentre parlava... come un predatore alla sua preda, poi di colpo il silenzio e in un attimo mi sono ritrovata avvolta da un vortice di due, quattro, otto mani che toccavano e frugavano in ogni parte, sospiri e parole sconnesse, taglienti che mi ferivano e mi spaventavano più per il tono che per il loro significato. “Scappa, esci...” ho gridato dentro di me e così ho fatto: sono scappata! Non ricordo le scale: forse ho volato, ricordo gli uffici vuoti, i computer spenti. Recupero la borsa la giacca e scappo fuori… e quando penso che sia finita, che il peggio è passato, è lì che comincia il vero incubo. Il primo messaggio sul cellulare arriva mentre accendo l’auto, gli altri 50 mi arriveranno durante la notte.

E non erano messaggi di scuse! I primi erano audio di sospiri, frasi sconnesse, parole volgari e insensate, quelli successivi offese e minacce, come se fossi “Io” a dover chiedere scusa, come se fossi io a dover sottostare al suo volere per garantirmi il posto di lavoro. Arrivo a casa e non ne faccio parola con mia madre che vive con me, anzi non ne faccio parola con nessuno, se non lo dico forse non è avvenuto ma non è così. La mattina dopo, terrorizzata e a fatica vado al lavoro, ma dopo due ore devo scappare… non riesco a reggere gli sguardi dei colleghi: è come se sapessero tutto, è come se fossero stati informati e istruiti su come guardarmi. Oramai la mia anima, il mio corpo e la mia pelle si ribellano a quell’ambiente. Ritorno a casa e con la scusa della malattia, mi assento dal lavoro per un po’. Così passano i giorni, poi le settimane… ma i messaggi continuano ad arrivare, sempre più invasivi ed offensivi, fino a quando mi trovo costretta a cambiare il numero del cellulare per farli smettere. Passano i giorni, ma non passa, anzi aumenta la mia rabbia, la mia angoscia e cambia il mio modo di vedere il mondo. Decido, forse tardi, di parlarne con mia mamma, solo quando oramai da notti intere non dormivo per il terrore di mettere piede in quel luogo ed affrontare quella persona che mi aveva tolto la pace. Lei, mia mamma, mi sprona, mi incoraggia e mi convince a reagire denunciando l’accaduto.

Ed è quello che faccio… ma niente è semplice: dopo aver bussato a diverse porte ed essermi sentita dire: “ma dai vedrai che passa”, “in fondo non è così grave”, “c’è molto di peggio”, finalmente arrivo in Cgil: dove trovo qualcuno che mi ascolta e mi capisce e, soprattutto, mi dice che qualcosa, anzi tanto, si può fare. Ci sono voluti alcuni mesi, non giorni, ma grazie all’ascolto e alla professionalità che ho trovato nel sindacato il mio datore di lavoro lo abbiamo affrontato insieme e abbiamo chiuso un capitolo dolorosissimo della mia vita. Grazie anche a quei maledetti messaggi che avevo tenuto, unici testimoni di una situazione insostenibile, grazie a mia mamma e grazie a chi mi ha capito e sostenuto. Ho chiuso il rapporto di lavoro e sono stata aiutata psicologicamente da esperti, e durante questo percorso ho scoperto di non essere sola, ho conosciuto altre donne, altre ragazze (troppe!) che come me hanno dovuto attraversare questo inferno...e mi sono chiesta: “Chissà quante altre avranno subito senza trovare il coraggio di denunciare” perché di coraggio me ne è voluto tanto.

A distanza di anni l’ho superato, oggi sono tranquilla e sto bene. Almeno finché non sento, non leggo o non mi raccontano storie come la mia, allora tutta la rabbia che ho in me riappare con prepotenza e quelle scale le salirei ancora ma non per lasciarmi insultare, defraudare o violare ma per chiedere ed ottenere giustizia per me e per tutte le donne che hanno subito questo abuso. Vorrei finire dando a tutte un consiglio: non aspettate! Non aspettate come ho fatto io per paura di venir giudicata, emarginata, additata, per paura di aver frainteso, ingigantito gli eventi: se sentite che avete subito una molestia è una molestia e allora avete il diritto ma anche il dovere di denunciare quanto è accaduto. Il diritto di difendere voi stesse ed il dovere di difendere anche tutte le altre, quelle che questo coraggio non l’hanno trovato e io per questo coraggio vi dico grazie».