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L’appetito vien leggendo Libri da leccarsi i baffi

Un itinerario lontano dalle guide e dai tradizionali ricettari Da Camilleri ad Amado, alla scoperta di piccole trame enogastronomiche

Immaginate di varcare l’uscio di una libreria. Con tomi antichi e contemporanei. Un pertugio fuori dal tempo, magari un po’ polveroso. Oppure un open space due punto zero, pieno di luce, essenziale, ordinatissimo.

Immaginate una tavola apparecchiata per una, due o più persone. Al centro una bottiglia di vino. Se preferite un buon fiasco recuperato da una cantina di manzoniana memoria. Così da poter esclamare: “Ah! questo risusciterebbe un morto! Bella felicità averne dinanzi un buon fiasco! A ...

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Immaginate di varcare l’uscio di una libreria. Con tomi antichi e contemporanei. Un pertugio fuori dal tempo, magari un po’ polveroso. Oppure un open space due punto zero, pieno di luce, essenziale, ordinatissimo.

Immaginate una tavola apparecchiata per una, due o più persone. Al centro una bottiglia di vino. Se preferite un buon fiasco recuperato da una cantina di manzoniana memoria. Così da poter esclamare: “Ah! questo risusciterebbe un morto! Bella felicità averne dinanzi un buon fiasco! Al diavolo i rangoli, e i pensieri!” (Alessandro Manzoni, I promessi sposi, 1827).

A questo punto urge inventarsi un menù. L’ispirazione? Sfogliate un libro. Uno qualunque di qualsiasi epoca. Sono infatti ben poche le pagine che non offrono una suggestione commestibile. Non servono ricettari, non occorre cercare romanzi, saggi, trattati dove il cibo è protagonista dichiarato. Il prologo di un menù “letterario” potrebbe ad esempio tradursi in un sostanzioso antipasto accompagnato, perché no, da un cocktail con gin e ananas molto simile a quello tanto amato da Lolita. (Valdimir Nabokov, Lolita, 1955).

Iniziamo dunque con gli arancini di riso, un must della cucina sicula per cui stravede il commissario Salvo Montalbano. “Adelina ci metteva due jornate sane sane a pripararli. Ne sapeva, a memoria, la ricetta. Il giorno avanti si fa un aggrassato di vitellone e di maiale in parti uguali che deve còciri a foco lentissimo per ore e ore con cipolla, pummadoro, sedano, prezzemolo e basilico. Il giorno appresso si pripara un risotto, quello che chiamano alla milanìsa, (senza zaffirano, pi carità!), lo si versa sopra a una tavola, ci si impastano le ova e lo si fa rifriddàre. Intanto si còcino i pisellini, si fa una besciamella, si riducono a pezzettini ‘na poco di fette di salame e si fa tutta una composta con la carne aggrassata, triturata a mano con la mezzaluna (nenti frullatore, pi carità di Dio!). Il suco della carne s’ammisca col risotto. A questo punto si piglia canticchia di risotto, s’assistema nel palmo d’una mano fatta a conca, ci si mette dentro quanto un cucchiaio di composta e si copre con dell’altro riso a formare una bella palla”. (Andrea Camilleri, Gli arancini di Montalbano, 1999).

Bene, siamo entrati nel vivo di un pranzo degno di Pantagruel. Che di fronte alla prossima portata non potrebbe che arrendersi al “Risorgimento” di una fame inarrestabile. Ecco quindi il “torreggiante timballo di maccheroni” di casa Salina – restiamo in Sicilia - servito sulla nostra tavola da Tomasi di Lampedusa. Quale onore per un salto di gola in un regime borbonico ormai agonizzante! "L'oro brunito dell'involucro, la fraganza di zucchero e di cannella che ne emanava, non era che il preludio della sensazione di delizia che si sprigionava dall'interno quando il coltello squarciava la crosta: ne erompeva dapprima un fumo carico di aromi e si scorgevano poi i fegatini di pollo, le ovette dure, le sfilettature di prosciutto e di tartufi nella massa untuosa, caldissima dei maccheroni corti, cui l'estratto di carne conferiva un prezioso color camoscio”.

Se solo al pensiero siete già satolli allora difficilmente riuscirete a condividere il secondo piatto con Mr. Leopold Bloom. Che, dopo essersi rifatto gli occhi davanti alla vetrina della macelleria Dlugaz, non vede l’ora di gustare una prelibatezza da gourmet per cui impazzisce di gioia. Ossia i rognoni di castrato alla griglia “che gli lasciavano nel palato un fine gusto d’urina leggermente aromatico”. (James Joyce, Ulysses, 1922).

Meglio declinare l’offerta e passare al dolce? Eccovi accontentati. Crema al cocco di Gabriella, garofano e cannella, libro firmato dallo scrittore brasiliano Jorge Amado che ottenne un consenso strepitoso. Tanto che in un solo anno ne furono stampate sei edizioni. “Sulla tovaglia candida, c’erano la crema di latte di cocco, le banane fritte, il pane abbrustolito, la frutta. Gabriella osservava immobile sulla porta della cucina, disse: “Però dovete dirmelo, padrone, che cosa vi piace mangiare”. Ingoiava la crema di cocco, gli occhi brillavano soddisfatti. Quella crema era squisita, le banane fritte una meraviglia. Dovette fare uno sforzo di volontà per alzarsi da tavola”. (Jorge Amado, Gabriela, cravo e canela, 1958). Aspettate! E’ vietato alzarsi da tavola senza il caffè. Che sia vigoroso oppure reso morbido da un goccio di latte, magari speziato o amaro al profumo di cardamomo il caffè è un rito quotidiano. Per molti irrinunciabile. E come ci insegna Qamar, protagonista de Il caffè delle donne di Widad Tamimi (2012) scegliere gli ingredienti del proprio caffè equivale a donare un gusto definito alla propria vita.