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Arianna, in Norvegia per le balene e contro la plastica

Era l’unica italiana alla spedizione “Plastic whale heritage” «Dopo quel mammifero morto ho sentito che dovevo agire»

«L’anno scorso ho visto il documentario “A Plastic Whale”, ho pianto e subito ho contattato l’attivista che ha trovato la balena di cui si parla nel documentario, per offrire aiuto. Così è nato questo viaggio. Ho sentito che non bastava ciò che stavo facendo e che dovevo andare lì e aiutare». Arianna De Biasi, di Modena, ha preso parte, come unica italiana, alla spedizione Plastic Whale Heritage che ha visto quasi duecento volontari da tutto il mondo ripulire dalla plastica la costa norveges ...

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«L’anno scorso ho visto il documentario “A Plastic Whale”, ho pianto e subito ho contattato l’attivista che ha trovato la balena di cui si parla nel documentario, per offrire aiuto. Così è nato questo viaggio. Ho sentito che non bastava ciò che stavo facendo e che dovevo andare lì e aiutare». Arianna De Biasi, di Modena, ha preso parte, come unica italiana, alla spedizione Plastic Whale Heritage che ha visto quasi duecento volontari da tutto il mondo ripulire dalla plastica la costa norvegese; sono stati raccolti 24 metri cubi di plastica, più di una tonnellata di rifiuti, metri e metri di rifiuti provenienti da tutta Europa.

«Quel documentario mi ha scosso ed è per questo che spero di riuscire a diffondere questa storia. Vorrei andare nelle scuole a raccontare della balena morta per la plastica nello stomaco e di cosa ho visto lì e di come tante persone sono andate ad aiutare, di come sia importante unirsi per far sentire la propria voce. Sono già stata invitata dalla media Don Milani di Terracina e noi volontari pensiamo di organizzare un evento analogo ogni anno in un posto diverso: Afroz Shah, che faceva parte del nostro gruppo in Norvegia, ci ha già invitato in India a raccogliere la plastica. I media italiani non hanno evidenziato che l'Italia ha partecipato a un evento come questo – prosegue Arianna – In generale, da noi non si parla della fatica, fisica e psicologica, provata da chi trova rifiuti e ripulisce, soprattutto in condizioni estreme, dello sconforto che si prova stando ore nello stesso punto con l'impressione che gli strati di rifiuti non finiscano mai. In Italia non si parla di animali ritrovati con plastica nello stomaco, così sembra tutto lontano. Non si parla degli effetti del bruciare i rifiuti in modo concreto. Non si parla di chi individualmente prende il suo sacchettino e va a raccogliere rifiuti nel prato vicino casa, nella spiaggia che frequenta, nel parco. Penso inizierò una “battaglia” su questo, se siamo in tanti possiamo fare qualcosa».

Arianna racconta di amare da sempre gli animali e la natura. «Negli ultimi anni, ho cominciato sempre più a prendere consapevolezza dei danni che stiamo causando all’ambiente. Soprattutto dopo un intervento chirurgico che mi ha cambiata molto, ho iniziato a cambiare stile di vita: alimentazione, volontariato, riduzione dei consumi, attenzione all’impatto ambientale, più impegno nelle tematiche sociali. Nel mio lavoro ho sempre lavorato con i dati per suggerire alle aziende consigli più appropriati, ma in questo campo non ho una cultura approfondita al momento. Sto studiando, in particolare l'impatto dell'industria della moda. Penso che l'Italia abbia maggiori possibilità di ricorrere ad alternative alla plastica e ad accedere ad opzioni che permettano di ridurre i rifiuti rispetto ad altri Paesi – conclude Arianna - Abbiamo coltivazioni e agricoltori da cui acquistare direttamente senza imballaggi, abbiamo creatività e conoscenze artigianali per riutilizzare oggetti e abiti e per produrre attraverso realtà limitate e non di massa, per trovare nuovi tessuti e soluzioni alternative alla plastica (la fibra dall'arancia o quella dal vino), ecc. Abbiamo tutte le carte per diventare un paese più sostenibile. E invece nei negozi e nei supermercati impera la plastica. Le nostre spiagge diventano discariche, per non parlare delle strade. Pretendiamo che siano pulite dal servizio pubblico, ma non pensiamo di evitare il problema a priori non producendo rifiuti. Nel nostro quotidiano non importa essere perfettamente sostenibili al 100%, importa fare piccoli passi».