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Il libro: Mia e l’omicidio di Jill Francesca Bussi narra l’adolescenza inquieta

L’autrice modenese debutta con “Un'assoluta mancanza” Una storia nata in sogno e diventata giallo psicologico

MODENA. E' in libreria il romanzo "Un'assoluta mancanza" di Francesca Bussi, trentaduenne giornalista modenese che lavora a Milano per la rivista "Gioia!", dopo aver scritto per anni su "Vanity Fair". È il primo romanzo (Rizzoli, pp. 304, 19 euro) della giovane, considerata scrittrice di talento, che, nel 2001, è stata finalista al Premio Campiello Giovani con il racconto "Eleneide".

In questo libro ha voluto misurarsi con la problematicità del mondo dell'adolesccenza. «Non è stata una scelta ...

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MODENA. E' in libreria il romanzo "Un'assoluta mancanza" di Francesca Bussi, trentaduenne giornalista modenese che lavora a Milano per la rivista "Gioia!", dopo aver scritto per anni su "Vanity Fair". È il primo romanzo (Rizzoli, pp. 304, 19 euro) della giovane, considerata scrittrice di talento, che, nel 2001, è stata finalista al Premio Campiello Giovani con il racconto "Eleneide".

In questo libro ha voluto misurarsi con la problematicità del mondo dell'adolesccenza. «Non è stata una scelta consapevole - dice Francesca - Per scrivere, parto spesso da immagini improvvise: questa volta si sono “affacciate” due ragazzine bionde, e mi sono chiesta chi fossero, che cosa pensassero. Così sono nate Mia e Jill».

Il suo romanzo pone al centro una bambina di 10 anni, Mia, che pensa di vivere all'ombra di sua sorella Jill, più grande di lei di quattro anni che, anche quando viene uccisa, diventa il fantasma che la perseguita, occupando i suoi pensieri e i suoi incubi.

Qual è il vero ritratto che lei offre di Mia?

«Mia è il cuore e il vero mistero di questa storia, su di lei potrei forse scrivere all’infinito. Ha potenzialità rimaste inespresse, fagocitate dalla sorella maggiore. Ha la sindrome dell’ipertimesia, una “supermemoria” che le permette di ricordare il proprio passato in ogni dettaglio. È un’asociale, capace però di passioni feroci. Si chiama Mia, ma alla fine non appartiene a nessuno».

Da quale esperienza nasce la storia di questo libro?

«Il libro è nato in sogno, diversi anni fa. Sognai un abbozzo di trama, l’ambientazione, l’omicidio di Jill. Una volta sveglia, decisi di provare a scriverlo, a renderlo reale. C’è voluto un po’ di tempo, ma alla fine è venuto alla luce quasi come l’avevo immaginato».

La sua è una indagine psicoanalitica, nel registrare stati d'animo, amori, crisi, manifestazioni di una sensibilità ricercata, l'osservazione, nei dettagli, di comportamenti...

«È vero: mi piace osservare le persone, prendere nota delle loro pose inconsapevoli. Noi siamo i nostri gesti».

Il lettore è diviso tra l'ammirazione e una sorta di disagio davanti alla lucidità implacabile di una decenne...

«Era l’effetto che speravo di ottenere. Volevo che Mia risultasse straniante nei suoi pensieri di bambina, che per lei si provassero solidarietà, ma anche repulsione».

Il libro avvera anche una sorta di spiazzamento, in quanto la morte di Jill potrebbe far pensare ad un intrigo romanzesco, ad un giallo. In verità, domina un'analisi che unisce l'introspezione all'osservazione.

«Mi piace che nei thriller psicologici il “chi è stato” passi in secondo piano. Perché, in fondo, non importa tanto chi è stato a uccidere Jill, quanto l’eco che ha avuto la sua morte. L’omicidio è un pretesto, la vera indagine è su ciò che accade dentro ognuno di noi quando si perde qualcuno di amato».

Nel libro vive il senso dell'angoscia di una famiglia, dell'assurdo, dell'ansia, dello smarrimento... Motivi che riflettono la condizione "esistenziale" nel nostro tempo?

«La famiglia del romanzo non vuole essere uno specchio del nostro tempo. Vive in una bolla di smarrimento, è vero, ma è causata dalla perdita della primogenita Jill, dal lutto. È cristallizzata in un momento ben preciso».

Sorprendente il suo linguaggio conciso, dal periodare breve. Quanto importante è l'esperienza da giornalista per essere scrittrice di romanzi?

«Mi ha regalato la costanza, fondamentale per portare a termine un romanzo: scrivere tutti i giorni sa essere una grande fatica. E poi il giornalismo mi ha reso meno “gelosa” della mia scrittura: si sceglie cosa è davvero importante, si taglia ciò che non serve, si accetta che altri intervengano in fase di editing e cambino qualcosa».