Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui
Esci

Green Days. Alfonsina Strada: «Ero il diavolo in gonnella e pedalavo come il vento»

La storia dell’unica ciclista donna che partecipò al Giro d’Italia nel 1924 «Mi sono sposata giovane, come regalo ho voluto una bicicletta»

Non passa dal modenese il Giro d’Italia, quest’anno, e resta tutto sul versante romagnolo anche nella tappa 12 di giovedì, quando percorre la Statale Adriatica e la via Emilia attraverso Santarcangelo di Romagna, Cesena e Forlì per tagliare il traguardo nel circuito automobilistico di Imola. Ventuno le tappe, per un totale di 3562,9 km sui pedali, quest’anno.

«Io ne ho percorsi 3618 di km, in 12 tappe, nel 1924!» esclama una voce, che si presenta così: «Mi chiamo Alfonsa Rosa Maria Morini e s ...

Paywall per contenuti con meter e NON loggati

Paywall per contenuti senza meter

Non passa dal modenese il Giro d’Italia, quest’anno, e resta tutto sul versante romagnolo anche nella tappa 12 di giovedì, quando percorre la Statale Adriatica e la via Emilia attraverso Santarcangelo di Romagna, Cesena e Forlì per tagliare il traguardo nel circuito automobilistico di Imola. Ventuno le tappe, per un totale di 3562,9 km sui pedali, quest’anno.

«Io ne ho percorsi 3618 di km, in 12 tappe, nel 1924!» esclama una voce, che si presenta così: «Mi chiamo Alfonsa Rosa Maria Morini e sono nata a Riolo di Castelfranco Emilia il 16 marzo 1891. Mi sono sposata a 14 anni, con Luigi Strada, per seguire la mia passione, correre in bicicletta. Per tutti sono diventata Alfonsina Strada, il diavolo in gonnella, l’unica donna ad avere partecipato al Giro d’Italia».



«La mia era una famiglia umile, e numerosa – racconta Alfonsina - io sono la seconda dei dieci figli di Carlo Morini, mio papà, e Virginia Marchesini, mia mamma, che facevano i braccianti e lavoravano nelle campagne emiliane. Mio papà era originario di San Cesario sul Panaro. Mia mamma invece era nata a Riolo, ed era anche molto più giovane di papà. Mia sorella Emma è la maggiore, è nata due anni prima di me. Poi sono arrivati gli altri. Per un periodo in casa abbiamo anche ospitato i bambini più sfortunati degli orfanotrofi, eravamo poveri ma un piatto in tavola lo abbiamo sempre messo, ci aiutavano con un sussidio economico. Quando è nato mio fratello nel 1895 però i miei hanno deciso di trasferirsi a Castenaso, nel bolognese ed è qui che sono nati gli altri sette fratelli».



«È stato qui, che avevo dieci anni nel 1901, che papà ha portato a casa la prima bicicletta. Gli serviva per spostarsi più velocemente per andare al lavoro. Io l’ho vista ed è stato amore a prima vista. Ero obbediente, seguivo le regole, aiutavo la mamma, ma dentro, dentro avevo quella cosa lì che spingeva e io ho imparato ad andare in bici di nascosto. Correvo quando potevo. Correvo lungo gli argini e sulla via Emilia. Correvo. Correvo più veloce del vento, come ha scritto un autore davvero bravo con le parole che ha raccontato la mia storia. Si chiama Tommaso Percivale. Io il vento me lo sentivo addosso. E le gambe erano tutt’uno con i pedali. Quando ho imparato bene ho anche iniziato a fare gare. Ai miei dicevo che andavo a messa. Invece no, mi trovavo tutte le domeniche a gareggiare con altre donne cicliste: avevo talento eh, presto hanno cominciato a ricordarsi il mio nome e molti hanno cominciato a considerarmi la migliore ciclista donna italiana».



«Come dicevo – conclude Alfonsina, io a 14 anni mi sono sposata e mi sono trasferita a Milano. Sono diventata la signora Strada. Come regalo di nozze ho chiesto una bicicletta. E lui, lui ha capito e me l’ha regalata davvero. Ho corso anche a SanPietroburgo. Poi è arrivato il 1924. E sì, ho partecipato al Giro d’Italia. Maschile, sempre e per sempre. A parte me. Siamo partiti in novanta. Il 10 maggio. A concludere il Giro eravamo in trenta. E io, io c’ero”.

Monica Tappa