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Vignola, golosa ciliegia la più amata signora in rosso

“L’aspetto più brutto del farsi un’overdose di ciliegie è che restano lì tutti i noccioli a ricordarti quante ne hai mangiate”. Ecco il cruccio di un Andy Warhol per sua stessa ammissione angosciato...

“L’aspetto più brutto del farsi un’overdose di ciliegie è che restano lì tutti i noccioli a ricordarti quante ne hai mangiate”.

Ecco il cruccio di un Andy Warhol per sua stessa ammissione angosciato dalla frutta con un solo seme.

Quante ciliegie riusciamo a divorare in mezz’ora? Moltissime. Senza dubbio. Tanto che oggi con i miseri resti (i noccioli appunto) si confezionano cuscini in serie. Guanciali terapeutici che, previo passaggio in forno o nel freezer, vengono usati alla stregua di mir ...

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“L’aspetto più brutto del farsi un’overdose di ciliegie è che restano lì tutti i noccioli a ricordarti quante ne hai mangiate”.

Ecco il cruccio di un Andy Warhol per sua stessa ammissione angosciato dalla frutta con un solo seme.

Quante ciliegie riusciamo a divorare in mezz’ora? Moltissime. Senza dubbio. Tanto che oggi con i miseri resti (i noccioli appunto) si confezionano cuscini in serie. Guanciali terapeutici che, previo passaggio in forno o nel freezer, vengono usati alla stregua di miracoloso antidoto contro i dolori muscolari.

“Ciliegie, dietro una vanno dieci”. Se poi la leccornia in questione è il Durone nero di Vignola ogni tentativo di resistere si rivela una lotta impari.

Baciata dalla malasorte anche quando si concedeva alle lusinghe del seducente frutto - “È la storia della mia vita: sono stufa che mi tocchi sempre la ciliegia col verme” – persino la divina Marilyn Monroe al cospetto di un conturbante Durone nostrano laccato di rosso (un rosso cupissimo, quasi nero) avrebbe accolto l’eventuale ospite indesiderato, leggi il verme, con un’alzata di spalle. Per poi agguantare lesta una seconda delizia. Quale? Ad esempio una succosa Moretta. Di calibro assai più modesto, soave al gusto e con polpa morbida la Mora di Vignola è l’unica varietà autoctona battezzata “tenerina”. Una vera e propria gioia per il palato da accompagnare alle labbra decantandone la malia. Come fece l’eclettico Roberto Piumini:

Io mi ricordo/ la prima ciliegia/ rotonda/ e un’altra ne tirò/ rotonda e rossa/ e un’altra ne tirò/ rotonda rossa e dolce/ e un’altra ne tirò/ rotonda, rossa/ dolce e saporita/ e un’altra ne tirò/ rotonda, rossa/ dolce, saporita/ con un nocciolo duro/ e un’altra ne tirò/ e un’altra/ e un’altra…I miei ricordi sono una collana rossa lunga lunga che non finisce mai”(Roberto Piumini, Io mi ricordo, Nuove Edizioni Romane).

Con le ciliegie di Vignola il gioco, anzi il gusto, vale sempre il rischio. Verme o non verme. Diffusa su scala commerciale agli albori del Novecento, la Moretta è fiore all’occhiello del territorio modenese sin dalla metà del secolo precedente. Qualcuno la chiama Ciliegia Mora, altri la conoscono come Mora di Vignola o Ciliegia Nera. Per chi ama la sintesi, ma vuole comunque distinguerla dalle cultivar a polpa soda note come Duroni, anche l’essenziale Ciliegia, ovviamente con la c maiuscola, è termine che non sfigura.

Negli anni Cinquanta la coltivazione della Moretta rappresentava oltre il 25% del totale della produzione cerasicola della provincia di Modena. Tutelate a partire dal 1965 dal Consorzio della Ciliegia Tipica di Vignola, dichiarate Igp nel 2012 - il riconoscimento ufficiale risale all’8 novembre - le ciliegie di Vignola, la cui dimensione può superare i 28 millimetri (come loro nessuno mai) contemplano diverse cultivar di ciliegio: Bigarreau Moreau, Mora di Vignola, Durone dell’Anella, Anellone, Giorgia, Durone Nero I, Samba, Van, Durone Nero II, Durone della Marca, Lapins, Ferrovia, Sweet Hear.

Le tre varietà in coda, pur non essendo di origine autoctona, una volta in terra nostrana acquisiscono caratteristiche organolettiche equiparabili alle ciliegie indigene.

La raccolta, rigorosamente compiuta a mano, inizia dopo la metà di maggio con le cultivar precoci e termina il 10-15 luglio con le tardive. Quante volte vi è stato ripetuto, magari dai vostri nonni, che il frutto più buono è sempre quello raccolto dall’albero con le proprie mani e mangiato sul posto? Provare per credere. Ma oltre alla non remota possibilità di venir beccati in flagranza di reato, rubare le altrui ciliegie comporta un discreto rischio per la propria incolumità. I ciliegi sono alti. Tanto che per riempire sino all’orlo il cavàgn o cavagnin, ossia il contenitore usato per la raccolta solitamente appeso ad un ramo, occorre una lunga scala. Costruita con legno stagionato e formata da due sottili ma robusti staggi a cui vengono infissi i pioli, la tradizionale schèla può superare i dieci metri di altezza. Eppure a volte non basta. Occorre infatti usare una seconda scala posta sopra la prima. Quindi, tenendo le gambe ben salde e agganciate, sporgersi con coraggio per agguantare quei i frutti che giammai sono a portata di mano.

Dunque a conti fatti, se non si è abili ed esperti quanto un cuidòr (raccoglitore) professionista ma la voglia di ciliegie vince sul timore di una rovinosa caduta, esiste una sola soluzione: votarsi al santo delle ciliegie. Al secolo Gerardo Tintore, patrono di Monza. L’aneddotica racconta che per convincere gli ostiari del Duomo di Monza a lasciarlo pregare anche oltre l’orario di chiusura il buon Gerardo, fondatore dell’omonimo ospedale, promise loro un cestello di ciliegie. Nonostante fosse inverno. Neanche a dirlo lo scambio fu accettato e il futuro santo il mattino seguente mantenne la parola. Insomma… un piccolo miracolo. A memento di tal prodigio si narra anche che i vertici dell’ospedale, nel giorno dedicato al santo, avessero l’abitudine di offrire ai canonici del duomo una prima colazione a base di ciliegie. “La vita è una ciliegia/ La morte il suo nocciolo/ L’amore il ciliegio”. Aforisma firmato da Jacques Prévert. Suggerito forse da un vignolese?