Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui
Esci

Emilio Mazzoli. Il gallerista geniale che fa di Modena la capitale dell’arte

«Vorrei maggior dialogo e non competizione Amo la mia terra ma non mi sento compreso»

Sentimenti forti sono dentro di noi, ma occorrono stimoli per farli esplodere. Emilio Mazzoli deve al suo professore di religione, don Arrigo Mussini, che a scuola parlava anche di arte e consigliava ai suoi allievi di visitare le belle mostre alla galleria Mutina, la passione per pittura, scultura e altre forme creative, assecondando un amore nascosto. Da decenni la sua galleria, ora in via Nazario Sauro, è tra le più famose al mondo.

A cosa deve la sua notorietà internazionale?

«Credo che si ...

Paywall per contenuti con meter e NON loggati

Paywall per contenuti senza meter

Sentimenti forti sono dentro di noi, ma occorrono stimoli per farli esplodere. Emilio Mazzoli deve al suo professore di religione, don Arrigo Mussini, che a scuola parlava anche di arte e consigliava ai suoi allievi di visitare le belle mostre alla galleria Mutina, la passione per pittura, scultura e altre forme creative, assecondando un amore nascosto. Da decenni la sua galleria, ora in via Nazario Sauro, è tra le più famose al mondo.

A cosa deve la sua notorietà internazionale?

«Credo che sia stata e sia una galleria che lavora per progetti. Ho cercato di vivere il contemporaneo, accrescendo la mia cultura e entrando nel mondo dell'arte per le porte principali. Sin dalla nascita la galleria ha proposto mostre di cultura anche internazionale. Ho iniziato a Modena, andando nei posti dove si faceva arte, poi a Roma, Milano, Napoli per vedere il dibattito culturale e prendere gli artisti migliori. La galleria è cresciuta e, alla fine degli anni '70, con la Transavanguardia, il successo è stato internazionale. Il mondo ci ha cercato e siamo andati a presentare i nostri artisti».



Quali artisti, anche del passato, ha amato e ama di più?

«Ho amato tutti quelli che hanno esposto da me. Rapporti di amicizia con Schifano, Tano Festa e Franco Angeli, Castellani, Agnetti. Ho presentato artisti dell'Arte Povera, Boetti, De Dominicis. Nel 1970 ho conosciuto Schifano abbandonato da tutti, per problemi giudiziari. Ebbi l'intuizione che era un grande artista e, per la mia formazione cattolica e paternalistica, mi sono trovato ad amarlo affettuosamente, a collaborare con lui nel modo migliore».

È stato il primo a portare Basquiat in Italia...

«Ero in America in quel momento con artisti italiani, considerati i più importanti al mondo come avanguardia, e frequentavo l’ambiente underground. In un museo alternativo a New York ho visto questo ragazzo che feci venire a Modena nel 1981».



Quali artisti modenesi sono da considerare internazionali?

«Modena ha avuto la fortuna di avere i critici Adolfo e Lionello Venturi che hanno fatto molto per l'arte. C'è stato il Pensionato Poletti che permetteva a bravi studenti di approfondire le conoscenze a Roma. Così nel '900 sono venuti fuori bravi artisti come Muzzioli, Bellei, Vecchiati, Magelli... Negli anni '70 un artista di area concettuale che ha prodotto cultura è Franco Vaccari. C'è pure Wainer Vaccari per la pittura-pittura».

Il mercato dell'arte è davvero in crisi?

«La gente acquista quadri come le azioni in Borsa e li scambia come le figurine. Quando si compra un'opera non si compra la firma ma l'opera. Il mondo dell'arte è sempre stato in crisi perché hanno finalizzato l’arte agli alti e bassi della finanza. Ci sono opere di artisti del '400 e '500 che costano pochissimo e milioni quelle di giovanissimi».

È vero che senza di lei la Transavanguardia sarebbe rimasta teoria di Bonito Oliva?

«Non è vero. Da parte di Bonito Oliva e mia è stato messo molto impegno. Ho 76 anni. Sono sempre in galleria o in giro per il mondo. L’arte è un lavoro di dedizione. Se avessi fatto il mestiere di maestro, avrei avuto una vita tranquilla».

La città ha capito il ruolo della sua galleria?

«Non credo. Chi ha una galleria è considerato un nemico sociale, non è amato. Dietro l'arte ci sono molti nani e ballerine, funzionari sottomessi alla gestione politica. Per me l'arte è pensiero, aria fresca che vola».

Cosa le procura dispiacere?

«È l’invidia sociale nei confronti della galleria. Se si ha una galleria in Spagna, Germania, America si è considerato un contribuente che lavora e può parlare con autorità e con qualsiasi persona. Cercano le competenze che si hanno e non ostacolano. Vorrei che qui ci fosse più dialogo, e non competizione, tra pubblico e privato. Ma amo la mia terra, la adoro, ho dato l’anima, pur ritenendo di non essere stato compreso».

Che cosa la offende di più?

«Non mi offende più nulla. Vorrei solo dire che in galleria non si paga per entrare. La gente ha la possibilità di farsi una visione, acculturarsi. Non ho mai preso per la giacca qualcuno per vendergli un'opera. Se fossero state più attente, le banche avrebbero oggi un patrimonio di quadri per la comunità e la cultura. Ma devo dire che in città c'è stato qualche collezionista che si è appassionato all'arte con pazienza».

Le sue debolezze?

«Dicono che sono rude, ma non penso di esserlo. Faccio una vita di sacrifici. Dal 1979 non bevo più un bicchiere di vino, ma fino ad allora ho bevuto più di qualsiasi altra persona al mondo. Mi meraviglio di essere vivo con tutti i problemi che ho addosso. Spesso mi volto indietro e considero che il 90% delle persone che porto fortemente nel cuore sono morte: Schifano, Festa, Castellani, De Dominicis, Agnetti, Germanà…».

Quali le occasioni perdute dalla città?

«Ne ha perse parecchie. Hanno bocciato Gehry, hanno fatto le strade con i sassi, quando c’è gente che ha problemi a camminare. Straprovinciale è la visione della cultura, non c'è condivisione. C'è sempre qualcuno che frena. Quando venne Basquiat a Modena e girava con le bombolette, i primi ad opporsi erano artisti locali che avevano un minimo di potere. Non era visto come un esempio. È stato seguito quando è cresciuto economicamente ed è diventato sempre più importante. Chi ha comprato un suo quadro ha fatto fortuna. Vorrei che fosse ancora vivo e costasse poco. È stato vittima del suo successo».

Modena di che cosa può essere fiera?

«Fiera della volontà delle persone che hanno voglia di lavorare in tutti campi, dalle automobili alla maglieria e alla ceramica. Modena, con provincia (e pure la regione), è una città di grandi imprenditori, di gente che si è fatta da sola. Hanno mandato i figli a scuola e la seconda e terza generazione si sono aperte alla globalizzazione».

Personaggi che stima...

«Adoro gli scrittori Antonio Delfini, Guido Cavani, quelli che hanno fatto la storia di Modena: Ferrari, Corni, Valdevit, imprenditori della ceramica, maglieria che hanno costruito un impero nel mondo, e anche gli operai che hanno lavorato per migliorare la nostra economia».

Famosa è la sua biblioteca con decine di migliaia di libri, anche autografi. Cosa pensa di fare di questo bene culturale di estrema importanza?

«È la passione della mia vita, la cosa che ho amato di più. Devo solo stare attento a quelli che vengono per consultare e poi rubano i libri. È già capitato. Non nego la visita a chi è veramente interessato a vedere questo patrimonio. Sono una persona aperta, disponibile che crea, forse, soggezione, ma è solo una forma di rispetto per gli altri. Credo che il mio talento non sia stato usato per quello che è, mentre è stato considerato, fuori Modena, ad altissimi livelli. Una volta vennero a casa mia, dopo aver inaugurato la scultura di Cucchi alla Ciam, il senatore Boldrini e Antonello Trombadori che si meravigliarono che alla biblioteca non fosse dato uno spazio pubblico adeguato. Ma fare una Fondazione per il Comune vuol dire che non sono più a casa mia. Sono stato cinque anni alla Fondazione Cassa di Risparmio a scaldare la sedia, perché non considerato istituzionale».

Lei è stato l'ideatore e l'organizzatore del Premio Delfini ormai ignorato. Rammarichi?

«Il mio rammarico è sempre la battaglia con personaggi del luogo. La poesia è una cosa libera, enorme. Il Premio Delfini mi è costato il sangue. Nessuno mi ha detto grazie. Sono disposto ad un colloquio che non ho. Manca un’apertura e non si sa il perché. Della mostra al Mata tutti i giornali hanno parlato. C’è stato un dibattito politico in cui sono stato tirato in mezzo, con la mia famiglia, la mia economia, il mio lavoro. Maledetto il mercato, il successo… che pure si ottiene con fatica. Pensate a Bottura che è diventato, come cuoco, famoso nel mondo, perché lui e sua moglie hanno fatto un progetto realizzato con il lavoro. La vita è fatta di sacrifici. Da ragazzo Bottura aveva un’osteria a Campazzo di Nonantola e parlava di questa ambizione lavorando di gomito. Nel mondo il treno passa per tutti… ».

Il prossimo progetto?

«Sto preparando un libro di Pinocchio che, forse, è il più bello mai stampato. Lo faccio con il più bravo illustratore del momento, Marcello Jori. E in autunno ci sarà una mostra».

I figli seguono le sue orme?

«Sì, sono ragazzi che hanno studiato molto di più di me. Ho dovuto fermarmi alle scuole superiori per lavorare. L’unico problema è quello di avere un padre come me che può essere una fortuna e una disgrazia. Ho raccomandato loro di essere umili e di dimenticarsi del padre da portare solo nel cuore. Questi sono mestieri che non si tramandano. Al di là della fortuna e delle capacità commerciali, ci vuole qualcosa che non tutti hanno. Le storie dei grandi galleristi sono finite da sole… Mi auguro che diventino molto più importanti di me. Se Augusto lavora nel settore economia in Lussemburgo, Mario ha una galleria a Berlino, Francesco lavora con me e si interessa di giovani artisti. E poi… vorrei tirarmi fuori dalla galleria, perché tutto ha un tempo».