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Modena-Sudafrica. Riccardo Moretti: «A Cape Town inseguendo il surf e il didgeridoo»

Modena-Sudafrica, giramondo della musica con lo strumento della tradizione aborigena

MODENA. «Mo cs’è success a to fiol? L’è par streda a suner deinter a un tub, a dmander l’alimosna. A la incuntrèe un santoun in Africa? È capitato spesso che mia madre si sentisse rivolgere domande simili. Per non parlare delle occhiate compassionevoli che incassava insieme al saldo della spesa. Lei allora lavorava alla Standa e tornava a casa disperata. Mio padre al contrario mi ha sostenuto sin dagli esordi. Anche lui ha sempre avuto la musica nel sangue. Un tempo suonava la chitarra».

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MODENA. «Mo cs’è success a to fiol? L’è par streda a suner deinter a un tub, a dmander l’alimosna. A la incuntrèe un santoun in Africa? È capitato spesso che mia madre si sentisse rivolgere domande simili. Per non parlare delle occhiate compassionevoli che incassava insieme al saldo della spesa. Lei allora lavorava alla Standa e tornava a casa disperata. Mio padre al contrario mi ha sostenuto sin dagli esordi. Anche lui ha sempre avuto la musica nel sangue. Un tempo suonava la chitarra».

Occhi scuri vivacissimi in viaggio perenne verso luoghi dell’anima inesplorati, Riccardo Moretti si nutre di suoni ancor prima che di pane. Musicista sopraffino, così unico da essere inconfondibile, vive a Cape Town, Sudafrica, spesso è a Berlino e, una tantum, figliol prodigo di talento corteggiato con insistenza tanto in Italia quanto oltreconfine, riannoda le proprie radici in terra emiliana. Torna a Modena, la sua città. Che lui, ricambiato, ama. Ma da cui, forse, non si sente del tutto compreso.



«Ancora oggi resiste un atteggiamento pregiudizievole nei confronti di chi si guadagna da vivere grazie alla musica. Se a chi ti chiede “che cosa fai nella vita?” rispondi “il musicista”, la reazione più comune è un’alzata di sopracciglio. Seguita da un punto interrogativo. “Sì, va beh…ma che cosa fai davvero nella vita?”. Che poi a ben guardare oggi il “diverso” è proprio colui che può ancora vantare un lavoro fisso con orari ben definiti».

Pioniere nell’aver messo a punto una didattica pensata ad hoc per il didgeridoo (antico strumento a fiato di forma tubolare proprio degli aborigeni), capace come nessun altro di coniugarne al presente la sua voce ancestrale, Riccardo è cittadino del mondo. Un mondo che è terra di conquista per cuori poco inclini ad arrendersi all’omologazione.

Tutto inizia all’ombra della Ghirlandina quarantasei anni or sono. «La mia infanzia è stata molto modenese. Così come l’adolescenza. Una volta diplomato al liceo scientifico Tassoni, mi sono iscritto alla facoltà di economia e commercio. Una scelta dettata in prima battuta dalla comodità. Che però, con il senno di poi, si è rivelata affine alle mie corde. Ho optato infatti per economia politica, indirizzo di chiara impronta umanistica che mi ha permesso di approfondire la conoscenza di John Locke, Adam Smith, Michel Foucault. Ovvero filosofi il cui pensiero ha influenzato il nostro modo di vivere. Per non parlare di Carl Marx…».

Ecco dunque che in quell’area di confine a cavallo tra adolescenza e maturità Riccardo inizia a confrontarsi a muso duro con un futuro che, dal suo punto di vista, necessita di contromisure. Guardarsi domani allo specchio con il rischio di non riconoscere il proprio volto trasformato in numero è per lui inaccettabile. «La maggior parte del sapere tecnico trasmesso nelle scuole è obsoleto in partenza. Frequentare Economia mi ha reso consapevole. L’uomo viene studiato alla stregua di un algoritmo. Aberrante? Senza dubbio. Ma efficace per mantenere sotto controllo la popolazione mondiale, oggi in crescita esponenziale. Dal canto mio ho deciso di prendere le distanze da un sistema che considera l’individuo in termini di bene e servizio. Credo che solo assecondando la propria indole le persone saranno in grado di preservare l’identità e il proprio ruolo nel mondo. Anche chi lavora in ambito musicale corre il rischio di essere sostituito da una macchina. Di recente un programma di intelligenza artificiale ha registrato un disco di musica classica. Con risultati assai apprezzabili».

Vivi solamente nella tua arte – ammoniva l’eccelso Beethoven – questa è l’unica vita possibile per te. Riccardo, che sin da ragazzino si cimenta con il pianoforte, non se lo fa ripetere due volte. Spirito inquieto e temerario innamorato degli sport estremi, il giovane musicista ancora in erba supera in scioltezza gli esami universitari. Nel frattempo, armato di tavola da surf, con il suo fedele pulmino Volkswagen macina chilometri inseguendo le onde e il vento. «Insegnavo anche snowboard a Madonna di Campiglio. Lì passavo mesi accampato in una roulotte che aveva comprato insieme ad un amico. Durante il giorno vivevo sulla neve, quando calava il sole studiavo senza distrazioni. Tanto da laurearmi nei tempi previsti».

La svolta per Riccardo si presenta in veste di coincidenza. Doppia. «Allora era possibile sostituire l’anno di leva militare con un periodo equivalente di lavoro all’estero. Sfogliando una rivista avevo letto che, archiviata l’apartheid nel 1994, Cape Town era diventata il paradiso dei surfisti. Inoltre, la sorella di un mio amico, dopo aver sposato un sudafricano, si era trasferita proprio in quella città. Nel 1996 sono quindi partito per il Sudafrica. Mi ha accolto una scena musicale incredibile. Un orizzonte eclettico che, frutto di anni di fermenti underground, contemplava l’unione artistica tra persone di etnie diverse, senza discriminazioni di sorta. Nello stesso periodo ho conosciuto un ragazzo australiano da cui ho imparato non soltanto a suonare ma anche a costruire il didgeridoo. Sono stato tra i primi a diffondere questo strumento nel nord Italia nonché ad inventarmi da zero una didattica adatta anche agli allievi più piccoli. Decisi di comprare casa a Cape Town. Dopo quasi mezzo secolo di apartheid, temendo un naufragio del paese, molte persone avevano levato le tende con conseguente calo del prezzo degli immobili. Tornai a Modena, discussi la tesi di laurea e, in un paio di anni, grazie ai soldi raccolti suonando in via Taglio come un busker, cosa che peraltro faccio ancora soprattutto a Berlino, riuscii a realizzare il mio sogno. Una casa a Cape Town. Dove esibendomi con i Moodphase5ive, gruppo multietnico cui appartenevo, avevo ottenuto un grande riscontro. Il nostro disco, un incontro felice tra funky, hip hop, musica elettronica, venne giudicato il miglior album dell’anno in Sudafrica. Siamo stati anche in tour con i Morcheeba».

Grazie all’impiego inusuale di giocattoli modificati ad hoc nonché all’uso del looper, sposando l’abilità del beatboxer con la voce primordiale del didgeridoo, unendo l’incanto dell’hang (strumento idiofono in metallo) all’impatto ritmico delle percussioni Riccardo Moretti, alias TribalNeed - che con l’artista modenese Francesca Krnjak condivide il progetto Legoloop - ad ogni esibizione regala un’esperienza sonora inedita e profonda. Eterna nella memoria di chi lo ascolti.

STREGATI DA TRIBALNEED

«Il suono può essere processato dalla macchina, ma l’input deve venire sempre dall’uomo. La melodia e gli spazi restano fondamentali. L’ottanta per cento della mia musica è fatto di spazi». Nato all’ombra della Ghirlandina nel 1972, Riccardo Moretti è oggi musicista gettonatissimo la cui eco persiste in patria e oltreconfine. Da Ferrara Buskers al Cape Town jazz festival, dal Gurtenfestival di Berna allo Streetlife di Monaco il suo nome risuona come un mantra.

Merito di una proposta che, sfuggendo a qualsivoglia luogo comune, a qualsiasi luogo deputato, si traduce in un linguaggio di suoni e rimandi senza confini. Un flusso di coscienza sonoro con deviazioni inaspettate capace di toccare corde profonde, di risvegliare moti dell’animo spesso sopiti. E il cui frutto più maturo è il progetto TribalNeed. «Ho preso un genere armonicamente semplice, ossia quella stessa musica elettronica che ricorda molto il tribale, per poi trasformarla in una dinamica, in un’atmosfera la cui primaria risorsa è sempre e comunque l’uomo, la sua essenza.

Sto cercando di capire per quale motivo a livello concettuale la mia musica ha ottenuto negli ultimi anni un così ampio riscontro, cerco di decifrare l’effetto che ha sul pubblico». Suggestivo, prorompente, elegante nel sentimento TribalNeed si propone di consegnare a chiunque desideri ascoltare un messaggio universale. Un messaggio che racconta di un futuro ancora possibile abitato dall’uomo nei panni a volte scomodi ma insostituibili che gli sono propri. Un uomo vestito da essere umano.