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Montefiorino: «Io, prigioniero nell’inferno del sisma»

Il consigliere comunale Andrea Guidi era in vacanza in Indonesia: «Sto bene ma è stato terribile»

MONTEFIORINO. A 27 anni ha vissuto tutto l’incubo del terremoto di domenica in Indonesia, temendo per la vita.

È Andrea Guidi, il giovane consigliere comunale di Montefiorino che, finita l’università, ha deciso di concedersi un’esperienza di studio dell’inglese e lavoro in Australia, grazie al visto “working holiday”.

Partito il 13 ottobre 2017, ha lavorato a Melbourne, Tasmania spostandosi poi a Bundaberg e Brisbane (Queensland), da dove il 3 agosto è partito per andare a Bali (Indonesia) e r ...

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MONTEFIORINO. A 27 anni ha vissuto tutto l’incubo del terremoto di domenica in Indonesia, temendo per la vita.

È Andrea Guidi, il giovane consigliere comunale di Montefiorino che, finita l’università, ha deciso di concedersi un’esperienza di studio dell’inglese e lavoro in Australia, grazie al visto “working holiday”.

Partito il 13 ottobre 2017, ha lavorato a Melbourne, Tasmania spostandosi poi a Bundaberg e Brisbane (Queensland), da dove il 3 agosto è partito per andare a Bali (Indonesia) e raggiungere l’amico 21enne Elia Letterato (cuoco di Riccione) conosciuto a Melbourne. Avevano deciso di trascorrere tre giorni di vacanza nelle isole Gili, l’isola di Gili Trawangan in particolare, vicinissime alla grande isola di Lombok che è stata epicentro di un sisma di magnitudo 6.9 che non ha risparmiato le isolette. Al telefono ha confermato che sta bene, ma l’esperienza è stata terribile.

Andrea, dov'eri quando è successo?

«Erano le 19.40, ora locale, io ed Elia eravamo in camera d’albergo ascoltando un po’ di musica e pensando all’indomani: saremmo dovuti partire per tornare a Bali perché lui aveva un volo prenotato per Melbourne. All’improvviso inizia tutto a tremare: non ricordo cosa ho detto, so solo che siamo schizzati fuori giù per le scale e che non riuscivamo a farle dalle vibrazioni. È saltata la luce, si è fatto tutto buio. Per un momento ho pensato: “Ecco, adesso la luce si spegne anche per me”, ho temuto di non uscire da lì. Invece siamo arrivati in fondo: lui davanti da me appena è arrivato in cortile è caduto, circondato da una scena apocalittica: l’acqua della piscina si è riversata fuori. L’ho chiamato 4-5 volte e non mi rispondeva: ero pietrificato, non riuscivo a fare gli ultimi tre gradini anche se sentivo i calcinacci che cadevano. Poi ce l’ho fatta, mi sono avvicinato e mi ha detto che stava bene, ma era sconvolto».

E poi, cos’avete fatto?

«Siamo corsi scalzi in strada dove si era radunata gente. Quando la scossa è finita uno dell’hotel ci ha detto che, se volevamo, potevamo salire a nostro rischio in camera a prendere l'indispensabile. Ci siam fatti coraggio: in un lampo io ho preso lo zainetto col passaporto, il portafogli e il cellulare, lui neanche la maglietta. Poi ci hanno portato in un campo da calcio, dove verso le 20.30 è tirata un’altra scossa fortissima. A quel punto è stato il panico».

Perché?

«Perché la gente del posto ha cominciato a dire che arrivava uno tsunami: hanno iniziato tutti a correre sulla collina, e noi con loro. Arrivati in cima, un’altra scossa da aprire la terra sotto i piedi. La gente di fede islamica pregava e urlava “Allah akbar!” come se fosse finita. La cosa metteva una certa angoscia... Poi per fortuna, parlando con un locale, ho saputo che le autorità escludevano un rischio tsunami: bisognava solo aspettare, la mattina sulla spiaggia avrebbero iniziato l’evacuazione. Il mio telefono non andava: grazie a un ragazzo spagnolo ho potuto mandare un messaggio a mia madre per dirle che stavo bene».

E alla mattina?

«Alle 6.30 siamo scesi in hotel a prendere le nostre cose e poi siamo andati in spiaggia. Era un disastro: crolli dappertutto, dai negozietti alla moschea. E non era ancora finita».

Cos’altro?

«L’evacuazione: non era stato organizzato niente e le barche venivano prese d’assalto. Scene disumane: gente rispedita indietro a calci nel petto o ributtata in mare. E sulle barche dei privati facevano speculazione: sono arrivati a chiedere 2 milioni di rupie per il viaggio fino a Lombok, all’andata ne costava 100mila. È andata avanti così fino alle 16, poi abbiamo capito che bisognava agire di forza e scalare la nave di lato con qualcuno da su che ti allungava la mano. Io mi sono issato con l’aiuto di un italiano, e poi ho obbligato un indonesiano a tirare su Elia bloccando il passaggio. Così siamo tornati a Lombok: agghiacciante l’arrivo con quasi tutto raso al suolo. Per raggiungere il sud dell’isola, e imbarcarci per Bali, ancora prezzi spropositati: ce la siamo cavata facendo un pulmino e dividendo la spesa per dieci. Siamo arrivati a Denpasar alle 4 del giorno dopo. Elia ha poi preso l’aereo, io sono ancora qui: partirò venerdì per Sidney».

Quando a Montefiorino?

«Presto, per il matrimonio di mia sorella che è il 15 settembre: avrò qualcosa da raccontare». —

DANIELE MONTANARI.