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Claudio Vandelli e quell’oro di 32 anni fa

Il ciclista trionfò ai Giochi di Los Angeles 1984 nella cronometro a squadre: «Provo le stesse emozioni di allora»

Campione olimpico: per sempre. Claudio Vandelli è uno dei due modenesi nella storia del ciclismo a poter vantare una medaglia d’oro nella competizione a cinque cerchi. L’altro, nel 1932, stranezze del destino, proprio a Los Angeles, fu Nino Borsari, di Cavezzo, che si impose nell’inseguimento a squadre.

A 32 anni dal capolavoro di Los Angeles e subito dopo la straordinaria impresa del carpigiano Gregorio Paltrinieri nel nuoto, abbiamo chiesto a Claudio Vandelli di rivivere quei momenti.

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Campione olimpico: per sempre. Claudio Vandelli è uno dei due modenesi nella storia del ciclismo a poter vantare una medaglia d’oro nella competizione a cinque cerchi. L’altro, nel 1932, stranezze del destino, proprio a Los Angeles, fu Nino Borsari, di Cavezzo, che si impose nell’inseguimento a squadre.

A 32 anni dal capolavoro di Los Angeles e subito dopo la straordinaria impresa del carpigiano Gregorio Paltrinieri nel nuoto, abbiamo chiesto a Claudio Vandelli di rivivere quei momenti.

«Innanzitutto complimenti a Gregorio, è stato fantastico. Sono felicissimo per lui perché so bene cosa si prova in momenti del genere. Impossibile da spiegare, si può solo dire che ti senti come mai prima ti è capitato nella vita. Ti passano per la mente mille pensieri, poi realizzi che il tuo nome rimarrà scritto per sempre a caratteri cubitali nell’albo d’oro della manifestazione sportiva più importante del mondo. Credo basti questo per dare anche solo un’idea della gioia che provi in quei momenti».

IERI E OGGI

Claudio Vandelli conquistò l’oro nella cronometro a squadre 4 x 100. Era il 5 agosto 1984, a Los Angeles (USA). L’allora Commissario Tecnico della strada dilettanti, il triestino Edorardo Gregori, ex corridore ciclista con una verve invidiabile e una sicurezza straordinaria, nella settimana che precedeva i Giochi fece la scelta dei titolari del quartetto: Marcello Bartalini-Marco Giovanetti-Eros Poli-Claudio Vandelli. Chissà se qualcuno di loro credeva veramente di poter diventare di lì a pochi giorni campione olimpico...

Oggi 32 anni e 10 giorni dopo quella fantastica cavalcata Bartalini, che è stato professionista per alcune stagioni, toscano si dedica alla sua vecchia passione: la pittura. Giovannetti, lombardo trapiantato in terra di Toscana, anche lui ex professionista in carriera, vincitore della Vuelta Espagna nel 1990, campione Italiano strada professionisti nel 1992 ad Olbia, gestisce assieme alla moglie un albergo in Toscana. Poli, veronese, professionista per vari anni, vincitore di una tappa del Tour de France del 1994 con la scalata al mitico Mont Ventoux, fa la guida e accompagna gruppi di turisti amanti delle gite in bicicletta sulle strade del mondo. E il “nostro” Claudio Vandelli? Lavora presso la Nuovi Orizzonti-attrezzature sportive di via Vignolese in città. Vandelli è stato nominato Cavaliere dello Sport per meriti sportivi nel 1984 dall’allora presidente della Repubblica Italiana Sandro Pertini; Commendatore per meriti sportivi nel 2015 e ha ricevuto il Collare d’Oro del Coni nel dicembre 2014.

Sono passati 32 anni da quella meravigliosa galoppata al termine della quale avete conquistato la medaglia d’oro. Cosa si prova ad assistere ai Giochi Olimpici anche se la vostra specialità è stata soppressa dal lontano 1994?

«A dire il vero provo le stesse emozioni di quei giorni. Mi immedesimo. L’avvicinamento alla data in cui si svolgeva la gara; la sicurezza di essere titolare. La differenza sta nel fatto che ho 32 anni in più di allora».

Significa che rifaresti le stesse cose di allora?

«No».

Ti ricordi come nacque l’idea di entrare a far parte del “quartetto”?

«Avevamo da poco portato a termine il Giro d'Italia “Baby”giro d’Italia dilettanti del 1983. Eravamo al Giro del Colorado in USA con la nazionale italiana. Al termine, nel viaggio di ritorno in aereo, il C.T. Gregori venne a sedermi accanto e pian piano, come sapeva fare lui, inizio a parlarmi delle gare del quartetto, delle Olimpiadi dell’anno successivo e di tante altre cose inerenti la crono squadre. Io ascoltai. Poi, arrivati in Italia, saluti e arrivederci. All’inizio stagione, in primavera 1984, venni chiamato dal C.T. a Cesena dove aveva fissato il ritiro pre-Olimpiadi di Los Angeles. Ricordo che io andai, ma senza entusiasmo. Perché pensavo che dovevo rinunciare a tante gare alle quali tenevo e sopratutto al Giro d’Italia “Baby”. Ricordo che la prima gara della stagione dilettanti, la Montecarlo-Alassio io la vinsi davanti a Gianni Bugno. Quando arrivai nell’albergo della cittadina romagnola, eravamo in sei: Bartalini, Bottoia, Giovannetti, Manenti, Poli e naturalmente il sottoscritto. Tutti i giorni si pedalava sulla E45 da Cesena a Ravenna e ritorno. Massimo rapporto, velocità sempre attorno ai 55-60 km orari di media e “lui” il capo, sulla sua Vespa rossa, ci stava o davanti ad imporre il ritmo, oppure dietro a controllare i cambi tra di noi. Alla sera a cena, ci relazionava. Un giorno, chiedo a Gregori se io facevo parte del quartetto. Risposta sua: se partiamo per gli USA in quattro no, se partiamo in cinque sì. La partenza per Los Angeles il 24 luglio, io ero con loro. Arrivati in America, ci raggiunse il veneto Roberto Pagnin che dopo aver disputato la gara su strada, fungeva da seconda riserva».

Quando il Gregori diede i nomi dei componenti il quartetto?

«Era il 2 agosto. Bartalini-Giovannetti-Poli e il sottoscitto- Gioia? No, direi soddisfazione di vedere realizzato il tuo sogno. Finalmente arriva il 5 agosto, giorno della cronosquadre-100 chilometri su di una autostrada da ripetere quattro volte. Per due volte si passava sotto il traguardo ed eravamo sempre informati della nostra posizione in gara. Si partiva ogni due minuti. Noi eravamo la formazione numero 10. Pronti via. Dopo una decina di chilometri, Poli fora. Prontamente assistito. Cambiata la ruota. Si riparte a tutta, nervi saldi e via sempre attorno ai 55-60 di media. Nella seconda parte della gara, iniziamo a sorpassare le squadre che erano partite prima di noi. Brasile, Canada, Cina. Nel finale, ci segnalano che eravamo in zona medaglia. Superato il traguardo, con il tempo finale di 1h58’ 28” alla bella media di km 50.467, avevamo conquistato la medaglia, quella più importante: oro. Abbracci, emozione a non finire. Io pensavo a come annunciare a casa ai miei genitori che avevamo vinto. Man mano che il tempo passava, ci rendevamo conto di avere compiuto una grande impresa. Il momento ancora più emozionante, la consegna della medaglia d’Oro e l’inno d’Italia e la bandiera Italiana tricolore che saliva più in alto di tutte per merito nostro».

«Straordinaria impresa. Eravamo Campioni di Olimpia. Avevamo scritto a caratteri cubitali i nostri nomi nell’albo dei Giochi Olimpici».

Quale fu l’accoglienza al ritorno in Italia?

«Già all’arrivo all'aeroporto lombardo della Malpensa era un casino. TV e giornalisti; amici e parenti. Gente che voleva abbracciare senza neanche conoscerti, ma tu eri il Campione di Olimpia. Ricordo mio papà e Pino Roncucci il direttore sportivo alla Giacobazzi che erano venuti a prendermi. All’uscita della A1 a Modena, la polizia municipale che ci accompagnò in Municipio in piazza Grande. Con tanta gente ad attenderci. Si era sparsa la voce che stavamo rientrando dagli USA. E anche lì festa».

Finite le feste, si ritorna alle gare con un finale di stagione molto interessante. Rifaresti ciò che hai fatto? Passeresti ancora tra i professionisti?

«A bocce ferme, ovvero a distanza di anni, mi sono accorto che ho sbagliato a fare il salto tra i professionisti. Ritornassi indietro, non lo farei. Perché? Semplice, ho lasciato la possibilità di restare nel giro della maglia azzurra e magari vincere anche i Mondiali nella crono a squadre. Invece, non è andata come pensavo! ».

Tu hai partecipato alle classiche italiane e straniere, Parigi-Roubaix compresa. Esperienza?

«Era l’anno 1988 vestivo la maglia dell’Atala sotto la guida di un signor direttore sportivo Franco Cribiori. Mi convinse quell’anno a prendere parte alla classica francese. Pioggia, freddo, tutti in fila sul bordo della strada. Sofferenza con dolore su tutte le parti del corpo. Le cadute non si contavano».

Recentemente si è disputata la prova su strada alle Olimpiadi di Rio, cosa non ti è piaciuto?

«Il percorso. Roba da matti. Lo dimostrano le varie cadute, sia tra gli uomini che nella prova femminile. Io non so, una volta c’erano quelli della commissione tecnica che andavano a visionare i tracciati. Per fortuna che ci ha salvato la ragazza. E per fortuna che Nibali si sta rimettendo. Intanto però chi ha rischiato ancora una volta, sono stati i corridori!».

Il momento di una dedica.

«Volevo ricordare Pino Roncucci. Il direttore sportivo alla Giacobazzi di Nonantola negli anni 1983-’84-’85: uomo di poche parole, ma sempre pronto e rimetterti in carreggiata. I suoi erano consigli mirati che alla fine ti ripagavano».

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