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Carpi e Iacovone, un amore per sempre

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Carpi e Iacovone, un amore per sempre

Il 6 febbraio del 1978 l’incidente fatale a Taranto. Sabato in via Duomo una splendida iniziativa per ricordare il campione  

Sono passati 40 anni esatti dalla maledetta notte del 6 febbraio 1978, quella che portò via per sempre Erasmo Iacovone, in quel momento attaccante del Taranto, prima ancora del Carpi. Una ricorrenza speciale, e per un curioso gioco del destino a porgli un saluto arriverà a stretto giro anche la Cremonese, l’ultima maglia affrontata dall’attaccante. I grigiorossi lombardi saranno al Cabassi il prossimo 10 febbraio, lo stesso giorno in cui presso la Sala Duomo a partire dalle 17 si terrà “Nel segno di Erasmo” una kermesse che prevede varie iniziative, tra cui la proiezione di un cortometraggio.

LA STAGIONE DEL LANCIO

Quando arriva a Carpi, nell’estate del 1973, Erasmo Iacovone è poco più di un ragazzino, con un baricentro basso a tal punto che mai lo immagineresti in grado di saltare così in alto. Originario di Capracotta, un piccolo comune dell’Appennino molisano, ha solo la Triestina nel curriculum e ci mette un po’ per sbloccarsi. Poi non si ferma più. Il colpo di testa e l’acrobazia diventano il marchio di fabbrica su cui il Carpi costruisce la promozione in C. A fine anno ne fa 12, ma insieme ai compagni di reparto Belluzzi e Gallina ne mette insieme 31. Numeri straordinari che coronano il sogno del presidente Bonaretti, che può passare la mano a Boni. Sono giorni felici per Iacovone, arrivato a una svolta fondamentale della sua carriera. L’estate successiva passa al Mantova, ma il suo legame con Carpi, dove ha conosciuto la moglie Paola, non si recide. Sempre nella città dei Pio nascerà la figlia Rosy, ma non farà in tempo a conoscerla. A Mantova, Iacovone ne realizza 20 in 66 partite e dopo due stagioni e mezzo passa al Taranto, in B.

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IL MITO DI “IACO”

Esordisce a Novara, e subito si presenta con la sua specialità, segnando in stacco aereo. Gioca bene, troppo bene. Un giocatore così fa comodo anche nel calcio che conta. Lo notano Pescara, Fiorentina e Roma. Il Taranto tiene duro. Vuole 400 milioni, ma è una scusa per non lasciarlo andare. In stanza dorme con Franco Panizza, mantovano di Marmirolo, che negli anni Ottanta allenerà il Carpi. Domenica 5 febbraio 1978 scende in campo contro la Cremonese da capocannoniere del torneo cadetto con nove reti in 19 incontri. Le prova tutte, ma è una di quelle giornate in cui la palla non vuole entrare. Alla sera va a cena a San Giorgio Jonico. Passata la mezzanotte si dirige verso casa sulla sua Dyane targata Modena, ma dalla parte opposta arriva una vettura lanciata a velocità pazzesca e a fari spenti per sfuggire dalla Polizia. L’impatto non lascia scampo. Da quel momento, Taranto non ha mai smesso di ricordarlo. Ai funerali sono in 15 mila e dopo 48 ore lo stadio “Salinella” diventa “Iacovone”. Il 9 ottobre 2011, quando Taranto e Carpi si incrociano per la prima volta, la sua tomba è la meta di pellegrinaggio dei tifosi pugliesi. Oggi, a 40 anni di distanza dalla sua tragica scomparsa, il suo nome unisce ancora nel ricordo tre realtà che più diverse non potrebbero essere: Carpi, Mantova e Taranto.


 

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