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«Così la letteratura può fermare il tempo»

«Così la letteratura può fermare il tempo»

La regista e scrittrice Cristina Comencini ha presentato il suo ultimo libro “Essere vivi”, storia di rapporti famigliari

CARPI. Regista, sceneggiatrice, drammaturga e autrice di romanzi, Cristina Comencini non è una scrittrice di nostalgia, percezione mortifera e autoreferenziale: la sua scrittura nasce dalla sensazione di qualcosa che deve afferrare.

«Siamo vivi qui», ha affermato ieri mattina in occasione della presentazione del suo ultimo romanzo, “Essere vivi”.

Il libro racconta la vita di Caterina, che si reca in Grecia per recuperare il corpo della madre adottiva, morta suicida con il compagno. Una storia di famiglie. «Sono stata sempre attratta dalle relazioni umane – ha spiegato - la famiglia, nello specifico, è il luogo che meglio rispecchia la società, perché quando essa muta ci fa capire quanto tutto stia cambiando. Spesso è il luogo del silenzio e la letteratura può dare spazio ai “non detti”. Le persone che ci stanno accanto vengono spesso vissute come qualcosa che è sempre lì, sempre uguale, ma intanto passa il tempo. Allora la letteratura può fermare il tempo e consentirci di fare succedere cose. Grazie alla doppia vita della protagonista di cui narro, ho avuto la possibilità di raccontare quella parte di infanzia che, per noi tutti, è luogo di scoperta dell’energia vitale, che è essere vivi e che la nostra vita adulta tende a volerci far dimenticare».

Il romanzo parla di adozione. «Tutti credo abbiamo avuto il dubbio di essere stati adottati – ha affermato la Comencini – anche da questo nasce il libro: dalla sensazione, che ognuno di noi possiede, di avere due vite da qualche parte, di qualcosa che abbiamo perduto e che si deve incollare. Essere vivi non è sempre positivo: portarsi dietro tutti i pezzettini delle proprie vite, negativi e positivi, con le catastrofi e i disastri vissuti, è necessario a ricongiungerci. Anche il rapporto tra morte e vita è molto importante: so che fa paura, ma anche quello lo devi tenere vicino, non lo puoi mettere all’angolo della strada, perché anche la parte peggiore della vita è la tua vita».

Genitori e figli, sempre e comunque. «Maria Grazia, la mamma adottiva, è struggente e appassionata, preda dell’attivismo dei suoi desideri, come avesse sempre bisogno di avere uno scopo. Fugge, mangia la vita, senza mai guardarsi indietro. Il rapporto figlia-mamma è uno dei nodi fondamentali: il conflitto è il pane della crescita e il rapporto genitori-figli è molto complesso, denso. Quello tra madre e figlio andrebbe allentato, così come tra padre e figlia: sono rapporti troppo stretti o larghi, troppo silenziosi o di osmosi e complicano la vita adulta. Sulla base dei recenti casi di violenza

sulle donne, dico che questo è un lavoro da fare insieme, uomo e donna: spiegare all’uomo le libertà della donna nello scegliere, senza che si sentano umiliati, far loro capire che si può accettare. Viviamo un tempo di grandi trasformazioni. Forse sono ottimista, ma questo anche è essere vivi».

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