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Lavia arriva a Modena: Pirandello, il più grande Strehler e Costa i miei maestri

L’attore e regista presenta il suo “L’uomo dal fiore in bocca... e non solo” una riflessione sul tema della morte a su quello dei rapporti tra uomo e donna

MODENA. Gabriele Lavia, attore e regista tra i più noti e impegnati in Italia, sarà al teatro Storchi domani e venerdì (domenica 13 al Fabbri di Vignola)con il suo ultimo spettacolo di cui è regista e protagonista, “L’uomo dal fiore in bocca... e non solo” tratto da alcune novelle di Luigi Pirandello (inizio alle 21, info 059/2136021 e biglietteria@emiliaromagnateatro.com).

Lo spettacolo, che vede con Lavia anche Michele Demaria e Barbara Alesse, è una produzione della Fondazione Teatro della Toscana e dello Stabile di Genova e unisce il tema della morte e i rapporti tra uomo e donna. Il denominatore comune al quale Lavia pensava ormai da due anni, sono le paure e il bisogno di esorcizzarle. L'atto unico è stato rappresentato per la prima volta il 21 febbraio 1923 al Manzoni di Milano ed è un colloquio fra un uomo che sa di essere condannato a morire a breve, causa un tumore, e per questo ragiona sulla sua esistenza e un altro uomo comune, della strada.

L’Uomo dal fiore in bocca, il protagonista, comincia a parlare con un’insistenza crescente, ironica e disperata, all’interno di una stazione. Le sue considerazioni amare rivelano terribili verità: l'uomo appunto è in attesa di morire. Mentre è in preda a queste dolorose confessioni e al secondo uomo vede giungere dietro l'angolo l'ombra della moglie, interpretata da Barbara Alesse. È una donna preoccupata che lo vorrebbe curare con il proprio affetto, ma ciò non sembra consolarlo, anzi, è un ostacolo alla sua stringente necessità di vita da vivere che lo porta a osservare i piccoli gesti quotidiani di chi frequenta la stazione.

Lavia, nel suo spettacolo si parla della morte, ma nel suo adattamento si parla anche della vita?

«Sì, del resto il tema centrale di Pirandello si gioca sul fatto che è inconcepibile per un uomo vivo immaginare che nella sua vita entri la morte. È insanabile e perciò Pirandello in scena dà alla morte un nome dolce come una caramella tanto che il personaggio trasfigura la morte di tutti. Ecco perché il sottotitolo di “L’uomo dal fiore in bocca”, che in origine durava appena 15 minuti e veniva rappresentato alla fine degli spettacoli importanti, è “La morte addosso”. Io poi ho interpolato Pirandello con altri piccoli brani tratti da novelle e ciò dal punto di vista stilistico mi era concesso perché già Pirandello aveva messo in scena una novella. Ecco perché nel sottotitolo ho aggiunto “E non solo!».

Cosa la affascina di questo grande scrittore e drammaturgo?

«Pirandello è il più grande autore di ogni tempo: i grandi si contano sulle dita di meno di due mani, Moliere, Goldoni, Shakespeare, Cechov insieme ai greci Eschilo, Sofocle ed Euripide».

Quando è stato concepito lo spettacolo?

«Ce l'avevo in mente da tanti anni e ogni tanto maturavo qualche idea su come realizzarlo. Alla fine nell'ultimo periodo avevo in mente qualcosa di diverso, mi sono messo seriamente a lavorarci sopra ed è nata la proposta definitiva. Pensi che all'inizio volevo mettere in scena il dialogo tra due clown».

La scenografia ha una parte centrale qui e nei suoi spettacoli in generale?

«La scenografia per me è importante, tanto che in precedenza lo spettacolo doveva essere in una sorta di vuoto mentre oggi lo vediamo recitato tra cose reali e concrete».

Come si inserisce questo testo nella sua biografia artistica, lei che ha già messo in scena capolavori come “Sei personaggi in cerca d'autore” di Pirandello, la “Vita di Galileo” di Brecht, “Otello” di Shakespeare ed è stato diretto da registi come Giorgio Strehler, Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Squarzina?

«Io a dire il vero riconosco due soli maestri, Orazio Costa che mi ha insegnato tutto in scena e Giorgio Strehler cui devo tutto. Il mio pensiero, anche quando metto in scena i grandi che lei ha citato, va soprattutto a loro alla loro etica del teatro».

Ha già lavorato a Modena?

«Fin da prima che lei nascesse, conosco

Pietro Valenti (ex direttore di Ert, ndr.) da molto tempo».

Molti dicono che il pubblico teatrale modenese è un pubblico “avvertito”, colto. Che ne pensa?

«C'è grande tradizione teatrale a Modena e in Emilia in generale e ciò chi è in scena lo avverte sempre».

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