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Modena, “Un altro me”: documentario nel carcere di Bollate tra i detenuti per reati sessuali

Chi sono, cosa pensano e quali sono le dinamiche profonde di chi ha commesso un reato sessuale? Premiato dal pubblico al Festival dei Popoli di Firenze, il regista Claudio Casazza sarà a...

MODENA. Chi sono, cosa pensano e quali sono le dinamiche profonde di chi ha commesso un reato sessuale? Premiato dal pubblico al Festival dei Popoli di Firenze, il regista Claudio Casazza sarà a Modena oggi per presentare il suo film “Un altro me” all’ultimo appuntamento di “Astradoc - viaggio ai confini del reale”, rassegna di documentari, musica e incontri ospitata dal Cinema Astra (via Rismondo 21). La serata prenderà il via alle 19.30 con aperitivo nel foyer in collaborazione con APA - associazione Porta Aperta, accompagnato da un dj set a cura di Laika, proiezione alle 21.


Il regista è entrato con la sua telecamera nel reparto dedicato ai cosiddetti sex offender del carcere di Bollate e ha seguito, in un percorso di riabilitazione sperimentale e innovativo, un gruppo di uomini rei d'aver commesso reati sessuali, accompagnati da criminologi e terapeuti che vestono i panni terreni di un Virgilio dantesco, nel tentativo di sottrarre gli uomini dall'inferno delle pulsioni incontrollate. Un racconto forte e unico di come la violenza sulle donne sia vista dall’altra parte, quella che spesso nessuno vuole sentire.
«Non ho fatto questo film per inviare un massaggio - spiega il regista Claudio Casazza - A me interessava raccontare questo tipo di percorso che i detenuti fanno nel carcere di Bollate. Ho conosciuto un criminologo che ha creato un trattamento unico in Italia e mi interessava capire il rapporto tra chi è in carcere e chi si adopera per il suo recupero».
Il film indaga la personalità dei protagonisti?
«Chi entra in carcere generalmente di sente al di fuori dei reati. In questo caso gli uomini vanno a ricercare le colpe nell'altro, cioè la donna. Ma confrontandosi e rispecchiandosi con i reati degli altri detenuti a volte capiscono quello che hanno fatto. In questo modo quasi tutti arrivano a prendere consapevolezza del reato commesso e si spera che, una volta fuori, non ricadano in comportamenti violenti».
Chi sono queste persone?
«Sono tutte, di qualsiasi età, varie estrazioni sociali, del nord e del sud, poveri e ricchi. Di tutto di più. Non c'è uno stereotipo che commette questo misfatto. Il mio inoltre è un film aperto, che non dà risposte ma pone domande».
Il cinema può aiutare a combattere questi reati?

«Solo in piccola parte. La società dovrebbe capire che non è abbandonando in carcere le persone che si risolvono i problemi anche perché prima o poi un detenuto torna alla vita reale. E dovrebbe farlo avendo capito e superato i propri errori».
Nicola Calicchio

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