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Le maschere sociali e la nostra identità: la lezione di Màdera

Secondo appuntamento, per Un bel dì saremo, questa sera alle 21, per il ciclo di incontri “Ascolto il tuo cuore, città”, a cura di Claudia Baracchi

MODENA. Secondo appuntamento, questa sera alle 21, per il ciclo di incontri “Ascolto il tuo cuore, città”, a cura di Claudia Baracchi. Il ciclo si pone in continuità con il nuovo progetto di teatro partecipato di Ert “Un bel dì saremo” e si avvale, per le letture, della collaborazione degli allievi della Scuola di Teatro Iolanda Gazzerro. Ospite della serata il prof. Romano Madera, che terrà una conferenza dal titolo “La convivenza in maschera”. Madera è Professore ordinario di Filosofia Mor ...

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MODENA. Secondo appuntamento, questa sera alle 21, per il ciclo di incontri “Ascolto il tuo cuore, città”, a cura di Claudia Baracchi. Il ciclo si pone in continuità con il nuovo progetto di teatro partecipato di Ert “Un bel dì saremo” e si avvale, per le letture, della collaborazione degli allievi della Scuola di Teatro Iolanda Gazzerro. Ospite della serata il prof. Romano Madera, che terrà una conferenza dal titolo “La convivenza in maschera”. Madera è Professore ordinario di Filosofia Morale e pratiche Filosofiche all’Università di Milano-Bicocca, è analista di orientamento junghiano e uno dei fondatori della Scuola Superiore di Pratiche Filosofiche “Philo”. L'incontro è a ingresso libero, nei complesso San Paolo, sede della Scuola di Teatro Iolanda Gazzerro in via Selmi 69.
Prof. Madera, il titolo del suo intervento fa pensare al fatto che nelle nostre interazioni sociali ci “vestiamo” di abiti o maschere come fossimo attori che recitano.
«Gran parte del nostro agire è codificato, più o meno chiaramente e più o meno rigidamente, dai ruoli che dobbiamo assumere nel lavoro, nell'interazione sociale e persino nelle relazioni amicali e amorose. Come se fossimo in un grande teatro, attori inconsapevoli di essere attori, attori che si credono autori, attori che pensano di essere manipolati da registi più potenti, si aggirano in una generale confusione e sovrapposizione di pensieri e di emozioni. Tuttavia la facile via d'uscita di fare a meno dei ruoli, di togliersi le maschere rischia di essere ancora più ingannevole e semplicistica. Noi siamo anche i nostri ruoli».
Il fatto di usare queste maschere significa che non viviamo una vita autentica?
«Le maschere sono in primo luogo quelle quasi obbligatorie, se non si vuole correre il pericolo di restare fuori dei giochi, di essere emarginati, imposte dall’interazione sociale della funzione che svolgiamo nel posto di lavoro, o come portatori dello stigma economico e sociale del non-lavoro. Al di là della nostra volontà dobbiamo svolgere determinate funzioni in un determinato modo, certo con un grado di autonomia: l’interpretazione del ruolo è ciò che è proprio dell’attore. Che io sia direttore di banca oppure operatore ecologico fa certo differenza, ma entrambi i lavori sono le incarnazioni di una grandezza economica misurabile in tempo di lavoro e danaro per determinate prestazioni. Se la produzione dell’acciaio o del carbone non è più conveniente in Europa spariscono gli operai dell’altoforno e i minatori, sparisce il loro mondo. Questa modalità influisce anche sulle altre dimensioni della vita sociale e sull’autorappresentazione di ciascuno».
Cosa significa allora essere se stessi?
«Se prendiamo questa frase in modo ingenuo essa è solo una protesta romanticheggiante contro il nostro mondo. Ma povera, quasi senza contenuto. Noi siamo anche, e forse soprattutto, fatti dalle nostre maschere sociali. Ma questo non vuol dire che siamo solo le nostre maschere. Dietro le maschere vive un mondo. Dunque non si tratta di togliersi le maschere, parte importante e inevitabile della nostra vita, ma cercare di costruire, per noi stessi e per gli altri e nella misura del possibile, una qualche correlazione tra le nostre maschere e le insopprimibili esigenze umane di senso, cioè di orientamento. Magari scrivendo un nuovo dramma, una nuova mitologia che racconti l’intensità e la particolarità della nostra esperienza biografica: un nuovo genere di racconto, una mitobiografia».