Su questo sito utilizziamo cookie tecnici e, previo tuo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti, per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più o prestare il consenso solo ad alcuni utilizzi clicca qui
Esci

«Il tema della città per riscoprire il senso del noi» 

La curatrice Claudia Baracchi spiega la rassegna d’incontri collegati al progetto Ert “Un bel dì saremo”

MODENA. Proseguono gli incontri del ciclo “Ascolto il tuo cuore, città”, che si terranno fino al 29 maggio (il prossimo è previsto per il 18 aprile con Michele Zini). Tema centrale della rassegna è la città. «Cerchiamo di dare sguardi a partire da differenti discipline umanistiche, la filosofia, la psicoanalisi, la sociologia, l'architettura e urbanistica - ha precisato Claudia Baracchi curatrice della rassegna - Ovviamente la proposta non è esaustiva però questa è la rosa di discipline che ...

Paywall per contenuti con meter e NON loggati

Paywall per contenuti senza meter

MODENA. Proseguono gli incontri del ciclo “Ascolto il tuo cuore, città”, che si terranno fino al 29 maggio (il prossimo è previsto per il 18 aprile con Michele Zini). Tema centrale della rassegna è la città. «Cerchiamo di dare sguardi a partire da differenti discipline umanistiche, la filosofia, la psicoanalisi, la sociologia, l'architettura e urbanistica - ha precisato Claudia Baracchi curatrice della rassegna - Ovviamente la proposta non è esaustiva però questa è la rosa di discipline che noi sollecitiamo».
Il progetto nasce in relazione con “Un bel dì saremo”, azione di teatro partecipato promossa da Ert Fondazione, e si avvale della collaborazione della Scuola di Teatro Iolanda Gazzerro - laboratorio permanente per l’attore; gli allievi del corso “Fondamenti di pratiche attoriali”, approvato dalla Regione Emilia-Romagna e cofinanziato dal Fondo Sociale Europeo, accompagneranno gli incontri con letture a tema.
Prof. Baracchi, perché avete pensato di fare un ciclo sul tema della città?
«Perché non c'è la possibilità di pensare a un essere umano senza la città, intesa come comunità in senso lato. Questo ciclo di conferenze è dunque un tentativo di sensibilizzazione a questo che è il tema della collettività ma anche del bene comune. La categoria del bene comune non è sentita e non se ne parla, come se fossimo tutti degli atomi privi di relazione significativa gli uni con gli altri, senza un senso di appartenenza. Anzi spesso il senso dell'appartenenza lo avvertiamo soltanto nell’escludere quelli che vengono da fuori. Invece dovremmo soffermarci sul senso di appartenenza al positivo: perché noi siamo noi? Oltre a questa distinzione noi/loro, il pronome “noi” che cosa contiene? Facciamo fatica a pensarlo al positivo, dandogli un significato, un’essenza, un peso specifico. Invece questa è la grande domanda elusa, il tema del noi è quanto di più trascurato e dimenticato oggi».
Dunque cruciale è la dimensione relazionale? Ma allora l'Io, l'individualità dove va a finire?
«È impossibile pensare l'umano a prescindere dalla comunità, dal noi, e questo lo si pensa molto raramente, perché prevale l'enfasi sull'individualità, o meglio l'individualismo in cui sembra che il “noi” sia un malaugurato incidente, una forzatura da sopportare a malapena da parte dell'individuo, come se il noi fosse un limite e un ostacolo alla libertà di ognuno. Ma il punto invece è che il “noi”, lungi dall'essere un ostacolo, è la condizione per la possibilità dell’individuo. La nostra concezione di individualità è pensata dalla cultura, dunque il paradosso è che in realtà è il collettivo che pensa la categoria dell'individuo e l'individuo la riceve, tanto è vero che altre culture non necessariamente producono il senso dell'individualità, questo è un costrutto squisitamente occidentale. Non c'è nulla di naturale nel concetto di individualità, ma è proprio il frutto storico culturale che caratterizza in maniera molto specifica l'occidente moderno».
Qual è la sua idea di città?
«Mi piace pensare alla città come a un vivaio, nel senso che noi siamo senz'altro, come esseri umani, esseri di natura, però è vero che spetta a noi compiere quel “di più” che la natura non fa: formarci, darci delle strutture e vestizioni culturali. E questo avviene soltanto nell'ambito di un noi, di una comunità che, sempre, già si offre come orizzonte, perché nessun individuo si dà da sé la propria cultura. Dunque mi piace pensare a questo rapporto tra natura e cultura nel senso della città come vivaio, spazio in cui questa entità naturale che è l'essere umano viene coltivato».