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C'era una volta Spilamberto, volti e storie della terra del Balsamico 

C'era una volta Spilamberto, volti e storie della terra del Balsamico 

La Consorteria e il Palio. La SIPE, un simbolo dell’emancipazione femminile

Spilamberto si estende su 29,79 kmq, e conta ora 12.500 abitanti. È stata una incessante crescita, a partire dai 3.500 che lo abitavano nel 1861 all’epoca dell’Unità d’Italia. Il Comune di Spilamberto, al tempo del Ducato di Modena, aveva come frazioni Castelnuovo Rangone (Montale era una frazione di Formigine), San Vito e Altolà, ora territorio del Comune di San Cesario. Ora ha solo San Vito, e condivide Settecani con Castelnuovo Rangone e Castelvetro.

Chi arriva per la prima volta in questo paese resta subito colpito dalla Rocca, che testimonia l’appartenenza del territorio in passato ai marchesi Rangoni, che lo detennero per secoli: fu loro concesso in feudo dagli Estensi nel 1353. Dimora estiva della nobile famiglia nell’Ottocento, la rocca dal 2005 appartiene al Comune che ne ha avviato il restauro e ha aperto il vasto parco-campagna. I Rangoni nei vari rami della famiglia erano Marchesi di ..., Baroni di ..., Conti di ..., Signori di … (i puntini di sospensione stanno al posto di un lungo elenco di luoghi! Del resto mio nonno, nato nella seconda metà dell’Ottocento, era solito dire: “An gò menga i sold ed Rangòun”). Il vecchio agglomerato urbano nel secondo dopoguerra era circondato su tre lati dai possedimenti dei Rangoni Machiavelli (i Rangoni aggiunsero il cognome Machiavelli per il testamento dell'ultimo discendente diretto di Nicolò Machiavelli, marchese Francesco Maria, che nel 1727 lasciò i suoi beni al nipote marchese Giambattista Rangoni, con l'obbligo dell'aggiunta del cognome Machiavelli). Ancora nel 1950 solo nei 29 poderi concessi a mezzadria la famiglia era proprietaria di 230 ettari. Gli anni 1945-1955 videro su questo tema uno scontro politico molto forte, che coinvolse il Sindaco dell’epoca, Liliano Famigli.

 

Ma ovviamente non si può parlare di Spilamberto senza parlare dell’aceto balsamico: “Il vero Aceto balsamico tradizionale è prodotto nell’area degli antichi domini estensi. È ottenuto da mosto d’uva cotto, maturato per lenta acetificazione, derivata da naturale fermentazione e da progressiva concentrazione mediante lunghissimo invecchiamento in serie di vaselli di legni diversi, senza alcuna addizione di sostanze aromatiche. Di colore bruno scuro, carico e lucente, manifesta la propria densità in una corretta, scorrevole sciropposità.


Ha profumo caratteristico e complesso, penetrante, di evidente, ma gradevole e armonica acidità. Di tradizionale e inimitabile sapore dolce e agro ben equilibrato, si offre generosamente pieno, sapido, con sfumature vellutate in accordo con i caratteri olfattivi che gli sono propri.

Nei pochi secondi necessari alla sua lettura, la definizione di Aceto balsamico tradizionale sintetizza secoli di storia, nonché gli

interminabili decenni necessari a maturare il lungo processo imposto al mosto, dapprima cotto, poi immesso nelle botticelle e quindi assoggettato alla metodica dei travasi e dei rabbocchi. Quello che distingue il Balsamico da tutti gli altri aceti non è soltanto la materia dalla quale è ottenuto, ma l’alchimia del tempo, nonché la sapienza di una tradizione che vanta origini antichissime. L’arco temporale di una vita umana, infatti, è spesso soltanto una breve circostanza nel lungo viaggio compiuto dal mosto cotto che, tra i passaggi da un vasello all’altro, trascorre lunghi intervalli di quieta permanenza tra legni odorosi e pregiati”.

Ogni anno, nel periodo della fiera di San Giovanni (la settimana che comprende il 24 giugno, festa del patrono, appena trascorsa), la Consorteria organizza il Palio dell’Aceto Balsamico Tradizionale di Modena, cui partecipano da sempre tutte le più importanti acetaie del territorio.

Ma non si potrebbe parlare di Spilamberto senza parlare anche della SIPE, luogo di emancipazione femminile.

La SIPE – Società Italiana Prodotti Esplodenti S.p.A. – era una azienda italiana che operava nel settore della fabbricazione di esplosivi. Venne fondata il 31 dicembre 1891 a Milano da Ferdinando Quartieri e da Bocconi e Bonzani S.p.A. Nei primi anni del Novecento acquistò il Polverificio Pallotti e Osti di Spilamberto, in collaborazione con Dinamite Nobel S.A., e lì iniziò la fabbricazione di nitroglicerina e balistite. Qui si sono intrecciate le storie degli scioperi, del lavoro femminile (si veda Ragioni e Sentimenti di Paola Nava, che raccoglie i ricordi delle operaie della Sipe di Spilamberto, con le esperienze di lavoro, la guerra, le scelte politiche, le lotte sociali). Alla fine della guerra gli impianti vennero riorganizzati e negli anni Novanta le produzioni militari vennero interrotte definitivamente. Il degrado attuale del complesso rischia di cancellare una preziosa testimonianza storica e identitaria del nostro passato.

P. S.

Come dicevo in precedenza, il primo sindaco di Spilamberto (eletto il 24 marzo 1946) si chiamava Liliano Famigli. Fu incarcerato più volte, processato e assolto in una stagione politica ad alta tensione.

Io l’ho conosciuto e apprezzato moltissimo come Assessore all’Istruzione a Modena. Così Giuliano Barbolini, allora Sindaco, lo ricordava nel 2001, anno della morte: “Liliano Famigli ha fatto parte di una generazione che ha profondamente creduto nello sviluppo dei servizi sociali ed educativi – come opportunità per migliorare la qualità della vita dei cittadini – e della scuola pubblica, come luogo di formazione alta e di tutela dei diritti di tutti i cittadini, come laboratorio di sperimentazione e terreno di innovazione, grazie alla ricerca, al dialogo e al confronto tra gli educatori, tra scuola e istituzioni, soggetti sociali, e realtà del territorio. Le scuole dell'infanzia comunali, il tempo pieno nelle elementari (una delle prime esperienze italiane di integrazione tra servizi statali e comunali), i servizi estivi e del tempo libero per i ragazzi, l'integrazione scolastica dei portatori d'handicap, sono alcune delle basi fondamentali su cui si è strutturato un sistema educativo, ma forse è meglio dire un sistema sociale e culturale, che ha promosso l'accesso da parte di tutti alle opportunità formative e la partecipazione dei cittadini attraverso la gestione sociale dei servizi, come momento qualificante di democrazia”.

Rolando Bussi

bussirolando@gmail.com

(85, continua)
 

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