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“È domenica son qui”: sera in giardino con Diana Manea e Franca Manzotti

MODENA. Una sera di inizio luglio; quando la calura della piana si stempera salgono le ombre magiche della notte, portando certe “visioni di fantasia”: buffe vicende, forse vane, ma compiute da...

MODENA. Una sera di inizio luglio; quando la calura della piana si stempera salgono le ombre magiche della notte, portando certe “visioni di fantasia”: buffe vicende, forse vane, ma compiute da spiriti onesti, che null'altro domandano allo spettatore di turno se non un battito di mani. Il quinto appuntamento con “È domenica son qui” cade alla sera, alle 21, poco dopo il tramonto, ospite nel piccolo paradiso di un giardino condominiale. Per una volta si racconterà di un mestiere strano, quell ...

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MODENA. Una sera di inizio luglio; quando la calura della piana si stempera salgono le ombre magiche della notte, portando certe “visioni di fantasia”: buffe vicende, forse vane, ma compiute da spiriti onesti, che null'altro domandano allo spettatore di turno se non un battito di mani. Il quinto appuntamento con “È domenica son qui” cade alla sera, alle 21, poco dopo il tramonto, ospite nel piccolo paradiso di un giardino condominiale. Per una volta si racconterà di un mestiere strano, quello dello spettatore teatrale, una fatica che ha magari più la natura del sogno, ma è perfetta per una notte di mezz'estate.

L'attrice Diana Manea, del progetto Un bel dì saremo di ERT, darà corpo alla “materia di cui son fatti i sogni”, Franca Manzotti divagherà invece tra memoria e immaginazioni drammatiche. Riattraverserà così la sua Modena in mutamento, guardata per mezzo di una lunga passione teatrale, coltivata come insegnante, inseguita in un lungo e in largo con gli Amici dei Teatri Modenesi, e sorta tanto tempo fa, in questa città allora troppo diversa, accompagnata per mano da una dolce zia, spettatrice onnivora di prosa e, non c'è bisogno di dirlo, di lirica.

Così le luci dei lampioni e gli odori caldi del giardino, poi le stradine del centro storico e i nuovi borghi periferici si trasformeranno per magia, come nelle parole della Mommina di Pirandello (Questa sera si recita a soggetto), in «un sala, una sala grande grande, con tante file di palchi tutt'intorno, cinque, sei file piene di belle signore galanti, piume, gemme preziose, ventagli, fiori; e i signori in frak, lo sparato della camicia con le perline per bottoni e la cravatta bianca; e tanta, tanta gente anche giù, nelle poltrone tutte rosse e nella platea: un mare di teste; e lumi, lumi da per tutto: un lampadario nel mezzo, che pende come dal cielo e pare tutto di brillanti; una luce che abbaglia, che inebria, come non vi potete immaginare; e un brusío, un movimento; le signore parlano coi loro cavalieri, si salutano da un palco all'altro, chi prende posto giù nelle poltrone, chi guarda col binocolo... I lumi a un tratto si spengono; restano accese solo le lampadine verdi sui leggii dell'orchestra ch'è davanti le poltrone, sotto il sipario; ci sono già i sonatori, tanti! che accordano i loro strumenti; e il sipario è come una tenda, ma grande, pesante, tutta di velluto rosso e frange d'oro, una magnificenza; quando s'apre (perché è venuto il maestro con la sua bacchetta a comandare ai sonatori) comincia l'opera; si vede il palcoscenico dove c'è un bosco o una piazza o una reggia; e la zia ci viene a cantare con gli altri mentre l’orchestra suona. - Questo è il teatro».