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Van Toorn al Poesia Festival: «La parola vive nel paesaggio»

Alla Rocca di Vignola i versi di rigore compositivo dell’autore olandese. Sul palco anche Vito con letture da Zavattini

VIGNOLA. È poesia del paesaggio quella che vive nei versi di Willem Van Toorn che, nato 82 anni fa ad Amsterdam, si è trasferito da qualche tempo nella campagna francese. Il suo incontro, nella Rocca, ha portato, in un dialogo con Roberto Galaverni, a capire il carattere della sua parola che esplora il paesaggio non solo olandese.

«Il paesaggio gli consente - sostiene Galaverni - di interrogarsi sui percorsi della propria esistenza. I sentieri diventano un tentativo di organizzazione del proprio destino. Una interrogazione sul tempo che passa, sulla tenuta delle cose, sui nostri affetti. Il paesaggio costituisce anche un problema di scrittura, del vedere e del rappresentare che si fanno tutt'uno; di costruzione dell'immagine. Non a caso, dietro c'è la tradizione fiamminga che, rispetto al nostro Rinascimento di Piero Della Francesca, crede nella moltiplicazione di punti vista».

Così il poeta nei suoi scritti si mette in gioco, diventa oggetto al centro di una organizzazione mobile dell'immagine. Tanti i riferimenti alla cartografia. Per Van Toorn scrivere una poesia è come realizzare una cartografia dell'esistente che resta aperta. La lettura di poesie, in lingua olandese e poi in italiano (la traduzione è di Franco Loi), prese da “Gioco di simulazione”, 1994, “Paesaggi”, 2001, e “Il lago artificiale”, 2013 ha messo in luce una certa identità della figura umana (le due figlie in bicicletta, il bambino che disegna) nel paesaggio, la luce che nasce da dentro, il guardare dentro le parole che annullano le distanze, la scrittura che tesse legami.

Una poesia di rigore e equilibrio musicale: una dedicata a Vermeer e un'altra a Kafka che Van Toorn ha tradotto in olandese. Letture da un libro di Zavattini che ha fatto Vito, prima dell'incontro con Van Toorn. Sono poesie forti che parlano della vita dell'amore, di Dio e della morte. Lui scriveva di getto. Sono i suoi ricordi. Le scriveva quando andava a Luzzara, nel suo paese di nascita, nel bar dei suoi genitori a giocare a carte, a vedere i suoi amici. Componimenti che parlano della vita di un paese, del prete, delle donne, della Bassa. E lo fa con quello spirito tutto suo. Uno

spirito, di pancia e di sangue. L'ultima lettura parla di Dio che evidenzia la grande contraddizione di Zavattini che dopo dieci minuti contraddiceva ciò che aveva pensato poco prima. «Un intellettuale - dice Vito - non ancora portato là dove dovrebbe essere».


 

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