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Modena. Mieli, “Era d’ottobre” Il comunismo riletto partendo da Guttuso

Mercoledì sera al teatro Michelangelo lo storico e giornalista Paolo Mieli mette in scena “Era d'ottobre”, un'inedita narrazione del comunismo attraverso le vicende di dodici figure

MODENA. Mercoledì sera al teatro Michelangelo lo storico e giornalista Paolo Mieli mette in scena “Era d'ottobre”, un'inedita narrazione del comunismo attraverso le vicende di dodici figure presenti (o assenti) nel famoso dipinto di Guttuso “I funerali di Togliatti”. L'evento si ricollega al centenario della rivoluzione russa che ricorre proprio quest'anno. «Alcuni anni fa l'editore Laterza mi commissionò una conferenza a Milano su quel quadro. Come storico mi sono interrogato a lungo sul significato di quella rappresentazione» afferma Mieli. «Quest'estate Giorgio Ferrara, direttore del festival di Spoleto, mi ha invitato a realizzare uno spettacolo partendo proprio dall'osservazione del dipinto. Perciò ho deciso di integrare il mio ruolo di storico con quello di comunicatore e mi sono avventurato in quest'esperienza teatrale che, credo, rimarrà unica nella mia storia». Iniziato nel 1967, a cinquant'anni dalla rivoluzione, il quadro fu esposto per la prima volta nell'ottobre del 1972 all'Accademia di Belle Arti di Mosca. Accanto al feretro di Togliatti, morto nell'agosto del 1964, ben centoquarantaquattro personaggi, ritratti in bianco e nero, partecipano all'evento sollevando il pugno in un mare di bandiere rosse. Ci sono Lenin e Stalin, ma non il rivoluzionario Trotsky né il presidente Krusciov, che denunciò i crimini dello stalinismo; c'è Gramsci, ma non Bordiga, fondatore del Pci; c'è Sartre, ma non Pasternak e Solženicyn, che svelarono le brutture della rivoluzione e gli orrori dei gulag. Mancano anche Fidel Castro, Che Guevara e Dubcek, l'uomo della primavera di Praga. Il capolavoro di Guttuso, equidistante da noi e dall'evento, dimostra come un intellettuale e grande artista percepisse i primi cinquant'anni anni dell'avventura comunista e come li proiettasse nel futuro. Qualsiasi personalità fosse in tutto o in parte in contrasto con quella che era la visione “ortodossa” dell'Unione Sovietica è stata rimossa dalla scena. Guttuso - che era anche un liberale dirigente del Pci - non ebbe alcun imbarazzo nell'estromettere dal suo dipinto personaggi fondamentali come Mao Tse-tung, colui che inaugurò con la rivoluzione cinese l'esperimento comunista più longevo della storia, che ancora riguarda un miliardo e mezzo di persone. Nello spettacolo si mette in evidenza il significato delle assenze e delle presenze nel dipinto, con la consapevolezza che Guttuso era a conoscenza di quella realtà storica quanto lo siamo noi oggi. «Il mito dell'Urss fu salvato dai dirigenti del Pci e dagli intellettuali che simpatizzavano con quel partito anche a dispetto di quanto già cinquant'anni fa venne fuori a proposito delle disfunzioni e delle mostruosità prodotte dal sistema sovietico. Lo fecero perché pensavano di dare una patria, un punto di riferimento a operai, contadini, iscritti. Senza contare che l'Urss aveva avuto un ruolo decisivo nello sconfiggere il nazismo durante la seconda guerra mondiale. Quando è caduto il comunismo, l'autoritarismo in quel paese è rimasto come qualcosa di naturale e non esecrabile. L'eliminazione brutale degli oppositori, quando la si è accettata per novant'anni, può continuare per i successivi novanta». Mieli è impegnato in una lunga tournée nei più importanti teatri italiani. «Per me è un'esperienza molto importante da un punto

di vista emotivo, è la prima volta che guardo in faccia il mio pubblico. Rientra nel mio ruolo di divulgatore, ma è un'esperienza pura, di amore per il teatro». Proprio in omaggio a questa passione, l'autore garantisce un finale a sorpresa «spettacolare».


 

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