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“L’anima in fabbrica”, la storia dimenticata dei preti operai

MODENA. I preti operai iniziarono la loro attività in Francia durante la Seconda Guerra Mondiale. L’esperienza italiana nacque alla fine degli anni 60 e assunse caratteri particolari specie per la...

MODENA. I preti operai iniziarono la loro attività in Francia durante la Seconda Guerra Mondiale. L’esperienza italiana nacque alla fine degli anni 60 e assunse caratteri particolari specie per la coincidenza con le fasi più turbolente del post-Concilio e della contestazione del ’68. Ai preti operai italiani e modenesi è dedicato il libro di Giuseppina Vitale, “L’anima in fabbrica. Storia, percorsi e riflessioni dei preti operai emiliani e lombardi (1950-1980)”, prefazione di Marta Margotti, Studium, Roma 2017, pp. 165, che sarà presentato a Modena, il 9 gennaio alle 18, a cura del centro culturale Francesco Luigi Ferrari. L’evento si terrà a Palazzo Europa e interverranno la professoressa Marta Margotti (Università degli Studi di Torino), autrice della prefazione, e il professor Giorgio Vecchio (Università degli Studi di Parma). Modererà l’incontro Paolo Tomassone, presidente del Centro Ferrari.

Il Concilio Vaticano II predicava un ritorno al vangelo e alla povertà della chiesa e nella chiesa. Scegliere il lavoro manuale per un prete, significò una scelta radicale legata alle parole di Cristo con un chiaro riferimento alle comunità cristiane delle origini. Il prete lavorando con le sue mani si liberava dalla dipendenza dello stipendio della curia e delle offerte sacramentali. Il lavoro in fabbrica era una scelta della classe operaia, per condividere le condizioni di vita dei lavoratori e immergersi in un mondo tradizionalmente ormai lontano dalla chiesa. Voleva anche dire, partecipare alle lotte sindacali, sociali e politiche che stavano investendo la società.

A Modena i preti operai furono circa trenta. Ma non solo preti, ci furono anche molti studenti di teologia, suore e anche laici che fecero la scelta di entrare in fabbrica e di mantenersi non con i soldi della curia o della congregazione ma del proprio lavoro manuale. L’ONARMO con i suoi cappellani di fabbrica garantiva una presenza pastorale nelle principali fabbriche modenesi, con una lodevole assistenza alle famiglie dei lavoratori. I due fondatori furono Don Savino e don Galasso. In quei tempi si sosteneva che il prete non doveva andare in fabbrica con la talare e il ‘permesso’ del padrone, ma vestire la tuta e diventare operaio tra gli operai. Alcuni dei preti operai di Modena furono Vesce, Manni, Ferrari, Govoni, Pezzuoli, Soliani, Botti, Cavagna, Capponi, Bernabei, lombardini. Il Vescovo Amici appoggiò questa modalità di presenza cristiana e i preti operai a Modena parteciparono alla vita della diocesi con documenti e interventi pubblici, nella fortunata stagione di dialogo e di rinnovamento postconciliare. Intervennero in pubbliche assemblee Balducci, Franzoni, La Valle. Erano anni di ricerca e sperimentazione che coinvolse la società e la chiesa: in molte parrocchie di Modena ci furono cambiamenti e innovazioni; c’erano venti Comunità di Base: la più importante fu quella legata alla Parrocchia del Villaggio Artigiano. Si realizzarono nuovi tipi di comunità laiche come le “Comuni”. Poi le spinte innovative si spensero nel nuovo contesto di riflusso sociale e religioso. La denuncia dell’alleanza chiesa-Democrazia Cristiana-padronato; il dibattito sulla libertà del voto a sinistra, sul Concordato, sulla legge del Divorzio e dell’Aborto, segnò la fine del dialogo. Anche L’esperienza dei Preti Operai fu dimenticata, anche perché scomparve progressivamente la classe operaia. La Vitale parla dei preti operai in Emilia e in Lombardia e il volume apre finalmente una nuova prospettiva interpretativa su una importante pagina storica che presenta molte lacune sul piano storiografico.