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“Medea” di Ronconi, Branciaroli protagonista a Modena

Nello spettacolo è la figura centrale della “Medea” di Euripide diretta da Luca Ronconi e riallestita da Daniele Salvo. Lo spettacolo è in scena allo Storchi da domani, 15, al 18 febbraio

MODENA. Franco Branciaroli è ancora protagonista della “Medea” di Euripide diretta da Luca Ronconi e riallestita da Daniele Salvo. Lo spettacolo è in scena allo Storchi da domani, 15, al 18 febbraio.

Perché, a suo avviso, “Medea” di Ronconi è una pietra miliare del teatro?

«Tendiamo ad apostrofare i classici con definizioni standard. A Medea è toccata quella di protofemminista e infanticida. Ronconi ribalta questi assunti. Medea non è un personaggio poiché nella tragedia greca non esistono; quelli che noi chiamiamo personaggi sono pensieri. È un mistero, qualcosa a metà tra umano e divino, qualcosa di sinistro, misterioso, potente, calato - già colpevole - nella realtà».

Allora chi è Medea?

«Quando entra in scena ha già mietuto vittime, ha tradito la sua cultura e la terra, è in debito con gli dei. C'è già odore di sacrificio. Medea proviene dalla Colchide e da una società matriarcale. È una che si è scelta il marito e approda in un mondo dove le donne non contano niente. Ciò che non sopporta non è il tradimento fisico di Giasone, ma la rottura del giuramento. L'uccisione dei figli passa in secondo piano; prima di tutto lei deve compiere un sacrificio per i demoni vendicatori dell'Ade per espiare le sue colpe precedenti. Proprio questo sacrificio le permette di andarsene impunita, pur compiendo il misfatto più grave che si possa immaginare».

Perché sul palco Branciaroli è Medea?

«Sembra inconsueta, ma questa scelta ricalca proprio lo schema classico e non per ragioni di costume. Altri registi ne hanno distrutto la chiarezza con la mania - errata - di attualizzare il passato. Per Ronconi era necessario mostrare quanto le tragedie greche fossero lontane da noi; oggi non abbiamo niente a che spartire con quei mondi, attualizzandoli li rimpiccioliamo. Con questa regia Medea è ritratta per quello che è, qualcosa di orribile che usa la femminilità come una maschera per ingannare. Per questo niente è meglio di un uomo vestito da donna per impersonarla. Se ci fosse un'attrice questo si perderebbe».

Pasolini scelse la Callas per questo ruolo.

«... e l'unica corrispondenza con Euripide sta nell'assunto che il passaggio dalla barbarie alla civiltà costa sangue. Sulla profondità dei significanti anche il film di Pasolini non ci ha preso. La visione del teatro di Ronconi è unica al mondo, a mio avviso lui è stato il più grande esperto scientifico della drammaturgia occidentale. Anche i più grandi grecisti sono stati costretti a fare i conti con lui. In questo senso è importante questo spettacolo».

Come si sposa questa lettura fedele con un'ambientazione contemporanea?

«L'ambientazione non deve trarre in inganno; negli anni in cui Ronconi realizzò lo spettacolo iniziavano in sordina le prime migrazioni e Medea è una migrante».

Cosa significa per lei interpretare Medea?

«È meraviglioso e complesso. Ogni parola non è mai generica. La recitazione è strana, molto ricca, può essere molto fastidiosa per chi vive il teatro come un passatempo».

Perché quest'opera è ancora attuale?

«Non c'è nessuna attualità e nessun bisogno dei classici. Se oggi fossero attuali fra settant'anni non lo sarebbero più. Ciò che è attuale non lo è mai stato prima e non lo sarà dopo, è mediocre. Medea non è attuale, è eterna. Rappresenta

le istanze umane irrisolvibili e lo fa a un livello talmente alto e artisticamente potente che è come un medaglione da portare sempre al collo per ricordarci come siamo fatti. Il teatro pone la domanda: chi sono io? e tenta - senza riuscirci - di dircelo».


 

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