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Carpi, al Kalinka il pegno d’amore di Giovanardi agli anni Novanta

Si intitola “La mia generazione” l’ultimo disco dell’istrionico Mauro Ermanno Giovanardi, icona rock che  domani sera, 13 aprile, salirà sul palco del Kalinka

CARPI. Si intitola “La mia generazione” l’ultimo disco dell’istrionico Mauro Ermanno Giovanardi, istrionica icona rock che domani, venerdì 13 aprile, alle 22 salirà sul palco del Kalinka per portare in scena un pegno d’amore agli artisti che, come lui, sono divenuti simbolo degli anni Novanta. La serata che vedrà come protagonista il leader dei “La Crus” sarà preceduta dall’Opening Act di Mara Redeghieri.

Perché il desiderio di raccontare gli anni Novanta col tuo timbro particolare e la tua cifra stilistica?

«Ci pensavo da qualche anno - spiega Mauro Ermanno Giovanardi - Era in cantiere da un po’ l’idea di fare un omaggio a questa stagione irripetibile dove una serie di gruppi alieni e non allineati, più vicini alle autoproduzioni che alle major, sono emersi. Nel giro di pochi mesi, gruppi come questi, tra i quali anche i “La Crus”, sono passati dal fare concerti davanti a 100 persone al maxi concerto del primo maggio. Questo per tre ragioni. Noi avevamo interpretato l’onda lunga arrivata dagli Stati Uniti. La discografia si è resa conto della potenza di questa musica e un vasto pubblico, orfano di gruppi che cantassero in italiano la musica che vibrava nelle loro corde, ha iniziato a seguirci. Per non fare cover, la cosa che meno ha a che fare con l’arte, ho preso questi pezzi e li ho resi simili a me. È stato credo il progetto più difficile intrapreso in questi anni. Nonostante io e gli autori di questi pezzi arrivassimo dalla stessa scena c’erano più varianti: dal trip hop al rock».

Qual è il filo conduttore del disco?

«Ho scelto i brani in base ai testi che sentivo più cuciti addosso. A volte ho fatto correzioni a pezzi di Battiato o De André che sentivo non calzarmi addosso. Funziona come negli adattamenti teatrali anche se con la musica è più complicato. A pelle, sentivo che c’erano brani come “Lievi” o “Non per sempre”, o, ancora, “Stelle buone”, che sapevo di potere cucirmi addosso. Per altri ho dovuto fare una scelta fra tre o quattro pezzi di ogni gruppo. Per il disco abbiamo impiegato più di un anno: le canzoni devono essere rispettosissime dell’originale ma sembrare canzoni mie».

La sfida più dura?

«”Aspettando il sole” di Neffa. Cantare e rappare sono due mestieri diversi. Ma volevo che nel disco, e dal vivo, ci fosse qualcosa di hip hop. La stagione che racconto è nata da lì, con i gruppi hip pop e per ultimo è arrivato il rock. “Aspettando il sole” non mi ha fatto dormire. Poi ho avuto l’intuizione di spostare un pezzo hip hop da un immaginario urbano a qualcosa che avesse a che fare con le sue radici, cioè il blues. Dalla metropoli agli spazi aperti».

Che ne pensi dei tuoi colleghi che hanno deciso di partecipare a trasmissioni tv e dei talent?

«Dipende sempre da come lo fai. Io a quel sistema lì non credo mica tanto... È un po’ la rovina della musica. Il danno peggiore che si possa fare è lasciare credere che i talent siano un modo di fare musica. Quello è spettacolo. La maggior parte dei ragazzi che vi partecipano non sanno se vogliono diventare personaggi famosi o musicisti. La tv dev’essere un mezzo, non un fine. Non immagino Bob Dylan che dice: “Per me

è sì”. Se pensi che su tutti i ragazzi visionati negli anni a fronte di investimenti elevati pochissimi hanno sfondato... Significa che la musica non c’entra. I ragazzi sono come carne da macello. Sono sangue fresco in termini di soldi per le discografiche alla canna del gas».
 

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